martedì, 28 novembre 2006

Per scrivere lo sfascio sono passati alcuni anni. Anni di ricerche, ribellioni, rinnegamenti. Anni di ferite putride e sangue condensato in miti passati e futuri.

Lo sfascio non è un’apocalisse rapida, lo sfascio ti consuma a poco a poco, lo sfascio cola a picco ed è già troppo tardi per fermarlo.

E’ come la puntura di una tracina, un uncino alle undici di mattina in mezzo al mare. Non puoi fare niente una volta tornato a riva, niente, se non accogliere il suo veleno, fargli percorrere le vene e i muscoli fino a rendere il piede e la gamba un ammasso di carne deformata. Devi assorbirlo fino in fondo, sentirne tutto il male, e la sua potenza, e la tua impotenza. Non puoi scappare né lottare, solo restare immobile in attesa che faccia il suo corso, ti attraversi e ti oltrepassi, e spesso non riesci neanche a parlare, ed è meglio che non parli, perché se parli le punte acuminate del dolore diventano ancora più difficili da sopportare.

Al tramonto la gamba e il piede si sgonfiano, il dolore diminuisce, e resta una cicatrice che più tardi scompare. Ma la storpiatura di quel giorno la ricorderai a lungo, quando meno te l’aspetti, e a volte – senza ammetterlo – vorresti che ti abitasse ancora, per chissà quale assurdo mistero.

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categoria:00 in principio era lo sfascio
domenica, 26 novembre 2006

Due mesi fa ho aperto questo blog e l'ho tenuto segreto. Prima di renderlo veramente pubblico volevo andare avanti, perfezionare le onde, seguire il ritmo, aggiustare il tiro, ritrovarmici, cogliere il centro. No, non va. Qualcosa mi obbliga a prendere una deviazione - forse lunga, come la schiena. A fare un'aggiunta provvidenziale. Non posso andare avanti se non tiro fuori questa verità atroce concepita nella bugia. Mi si impone questa scelta drammatica e liberatoria. Pubblicare in un post un estratto di quello che è il mio romanzo sfasciato nel cassetto, il mio scheletro preso a schiaffi nell'armadio. Tenuto nascosto - come il primo vitigno del blog - più a me stessa che ai miei cari, che tutto sapevano, mentre io mi vedevo raccontare da fuori. Per il solo fatto di non essere morta ammazzata mi sentivo cinicamente invincibile, convinta com'ero che non potesse esistere niente di peggio del già visto e sofferto, dell'essermi fatta vivere. Dopo cinque anni di funambolismi la narratrice urlante e la scrittrice afasica si ricongiungono, e ora mi divento visibile, consistente. Non so perché l'ho deciso in queste notti. O forse sì. Non so, non so quanto di questo sfascio mi sia ancora rimasto dentro, se ne sia uscita veramente, se sia in grado di rappresentarlo. Non c'è svelamento, solo un tentativo attorcigliato.

Avevo già scritto a questo proposito. Ma ho preferito che nessuno leggesse. E adesso, dopo il martellamento di tutto quello che è successo e continua a succedere, alle donne in particolare, non posso più oscurare il mio ex inferno. Non vorrei ripercorrere il passato, ma l'identità di scrittrice - l'unica che mi appartenga - mi impone di farlo. E' un dovere etico farmi portavoce di me stessa, anche se a leggermi fosse una sola persona che potrebbe, attraverso la mia storia maleodorante e fetida, evitare di cadere vittima di violenze domestiche - fatto accaduto a me a causa dell'alcolismo del mio ex marito e del suo disturbo della personalità -, di continuare a subirle, di condannarsi a spegnersi. E dopo aver cominciato questo dannato cammino a ritroso potrò continuare con gli altri progetti. Ecco perché oggi aggiungo la categoria zero, senza la quale, ne sono certa, le altre non potrebbero svilupparsi.

Non sono testimonianze lineari, queste. I miei dis-corsi fanno parte del multiromanzo di cui parlo in basso. Sono linee spezzate in contrappunto con altre scritture - qualcuno la chiama scrittura di esperienza -, frasi trovate per caso nei libri di chi è riuscito con l'arte a uscire dal buio, parole pronunciate da chi ho conosciuto anche per pochi secondi, azioni e sentimenti condivisi con altre/i sopravvissute/i e con il mio attuale sposo, che ha saputo ascoltare, scendere, scartavetrare.

Nel triangolo di paesi in cui vivo prolungo questa esperienza per capire dove si aggira la violenza ricevuta, incamerata e in parte restituita. Come la mia violenza accartocciata  si incontra con quella degli altri. Se resta imbottigliata o esplode, e dove esplode. E forse ogni sillaba distillerà una goccia di vino, un insulto, un pugno.

Questa decisione potrebbe implicare in futuro la realizzazione di un progetto vero e proprio: la creazione di uno spazio per accogliere le voci alte della sofferenza, in forma di semplici commenti,  lettere, fotografie, racconti, poesie e quant'altro, elementi impregnati di sudore sangue fatica gambechetremano affanni ripensamenti calci rassegnazione disistima disperazione paura paura paura - e penso al nu shu, la lingua segreta inventata secoli fa dalle donne cinesi, maltrattate ed emarginate. Ma questa lingua non deve restare sotterranea. Deve scambiarsi le frasi, rielaborarle e sovrapporle, per trovare il coraggio e la resistenza di esprimersi potentemente, in pagine senza etichette, spot, ideologie, pregiudizi.

Questa è - prima da tutto e da adesso - la casa di chi ha subito e subisce ancora violenza, per divenire il luogo e il tempo dove essa si arresta e forma un conato rivoluzionario. L'orrore è qui vicino, nelle case murate, tanto vicino che è inaccettabile sentirlo. Stendiamolo all'aria come un tappeto lercio e sbattiamolo. Facciamolo respirare.

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categoria:00 in principio era lo sfascio
martedì, 14 novembre 2006

(A Gao Xinjiang, che mi è vicino nella scrittura e definisce le mie architetture un miracolo)


Non c'era titolo, non c'era quadro, mi ha detto in un rigurgito di sospiro.

Una maschera unica, le foto delle maschere di Venezia appollaiate l'una accanto all'altra, e di fronte uno specchio, una finestra centrale che non dava sulla strada ma su un altro mondo. La finestra che riflette lei, la maschera, la magrezza di lui, la sua pacatezza orientale perversa e infusa di tè verde. Una finestra all'indentro, che ingoia i quadri, le montagne nei quadri, le ombre che si muovono nelle montagne dei quadri, il bianco e nero di quello che è nel quadro e che si dilata all'esterno, esterno rinchiuso, in una confessione fatta con le mani dietro la schiena, nella posizione in cui ci si mette per guardare meglio i quadri. Con il seno gonfio di pitture fatte su carta di riso. Con le mani di lato, a mostrare gli anelli, che lui guarda nello stesso istante in cui coglie i capezzoli appena coperti, la tartaruga che potrebbe essere cinese e ha anche la forma di una vagina, le lacrime appannate e infilate di colpo negli angoli dei suoi denti, la scrittura universo segreto, se ti senti scrittrice la tua vera vita è lì, devi scrivere solo per te, devi dare tempo alla tua scrittura, darti tempo, ma io non vedo più tempo, dice lei, e so che muoio in questo momento se non scrive di lui, del suo ascolto, cos'è lui?, un guru, una necessità, un pretesto? Le sembra un registratore acceso, in grado di captare ogni linea non sospetta, di incamerarla in un megafono per propagarne le onde fino alla cima delle montagne. Lui è il silenzio che la fa parlare, il mare piatto del primo pomeriggio che la fa distendere, e lei arriva al bagno, alle cornici, sulla punta della teiera, sul bordo della pagina, uno dal profumo austero l'altro più saporito e rilassato, lei osa parlare come se lui fosse un bambino, la grande pace dove abbandonarsi e piangere. Lei ricorda l'albero della sua stanza da piccola, il tentativo di strangolamento di R., la metamorfosi del corpo e dello spirito, mentre l'angolo della pupilla di lui cuce l'orlo del pantalone di lei, seguendone il percorso lento, a volte astruso, di confine, di contrasto tra tanti paesi, città, spazi, visioni. Lei gli ha parlato dell'uccellino senza piume che nel sogno le beccava la guancia, e di come lei lo abbia afferrato fino quasi a farlo morire. Gli ha detto della zappa con cui lei raccoglieva il letame vicino al letto per tirarlo dall'altra parte del muro, salvo poi ritrovarlo intatto, diviso in tante piccole montagne, minaccia permanente nel sogno, sognare il letto mentre si sta nel letto, sognare di alzarsi e di vedere il marito russo che parla e lei che non capisce e gli chiede di ripetere, tutto questo, lei, vorrebbe che lui stanotte lo annotasse nel segreto della carta e del suo sesso. E' come entrare in una grande pace, così mi ha ripetuto di lui e della sua casa, e lei lo sentiva già da prima, per questo si era tanto agitata, per riposare tutto il veleno accumulato. Ha creato da sola la scena, il sipario, e lui le ha dato i testi da leggere, da rileggere in sua presenza a cena, nel suo studio, forse danzante, forse quasi nuda.

Lo specchio ci ha ingoiati tutti e due, alla fine, mi ha detto lei, o forse siamo stati noi a buttarci dalla finestra e a suicidarci nella nostra immagine. Quando sono uscita, mi ha detto, nulla era cambiato, tanta folla in metropolitana, l'ansia latente, l'affanno delle lancette. Siamo cominciati e finiti là, nel nulla, era un sogno o era la spiegazione del sogno che avrei voluto fare, ha aggiunto.

Lo specchio è una prigione, come quelle di cui Saša ha parlato oggi a Mosca durante il suo convegno, lo specchio ci ha urtati nello scarto di un pericolo già avvistato. Troppi luoghi diversi nella testa, troppe illusioni, troppe lingue. Lui sapeva della lingua segreta delle donne cinesi, del loro pianto, del loro alfabeto. La lingua segreta, l'utopia del mio libro, mi ha detto. Un altro scrittore, un altro artista, un'altra illusione, si è lamentata. Ma quell'immenso specchio ci ha salvati, dilatando spazi di rovine, ha poi mormorato. Io l'ho vista lei, oggi, parlare con Gao Xinjiang, Premio Nobel per la Letteratura. Io l'ho vista, Francesca, che poi, man mano che si avvicinava allo specchio, è diventata Federica, io l'ho vista, lei, io, Frida Baskova di San Pietroburgo, al punto che quando lo specchio l'ha respinta e poi accolta, in un rimbalzo continuo, lei ha visto me, ed io ero ormai lei, la sintesi sublime di elementi italiani, francesi, russi, io l'ho presa, il suo sorriso vocale, lei mi ha preso, proprio nel centro, e ci siamo ricongiunte morte e felici, e lui, lo Scrittore, ha scelto di accompagnarci. Erano le 18.20 di un pomeriggio settembrino, a Parigi. C'era qualche nuvola in cielo. E sotto, lo specchio schiacciato in un'enorme distesa di sempre. Per scrivere sempre.

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categoria:05 la schiena di saša, 06 rufrita/brividi sulla schiena
lunedì, 13 novembre 2006

Ti guardo e non ti riconosco. Non mi riconosci. Le onde propagano calore nei riflessi, e mi chiedo cosa ti sia successo stanotte. Mi guardi con aria interrogativa, come se io potessi rispondere al tuo posto. Ti soffermi, e allora ti spio, ti scruto, per capire. Ma cosa dovrei fare, se tutto è così nebuloso? Vuoi chiedermi aiuto, e io non posso fare altro che stare di fronte a te, impotente. Vorrei cambiare la tua espressione. Mi piacerebbe abbracciarti ma so che non vuoi. E non puoi. In ogni caso.

Dev’essere stata una notte dura, di quelle che non si scordano facilmente e ti fanno lavorare male. Sogni arraffazzonati, gola secca, e poi quel dormiveglia ansioso che amplifica come un megafono tutti quei pensieri lerci, superflui, ormai inutili. Una di quelle notti che ti rivelano qualcosa di prezioso, ma da cui cerchi di allontanarti perché il senso di pesantezza è insostenibile.

Una di quelle notti che avresti voluto scopare e non hai avuto nessuna occasione, in cui prendere la macchina e sparire nel buio chiedendo pietà – o tenerezza - ai segnali stradali, all’asfalto, alle curve appena illuminate dai catarifrangenti. Una di quelle notti in cui la solitudine è come una splendida puttana nigeriana, che vorresti comprare a poco prezzo in cambio di un appagamento breve e lontano, cucito sulla tasca dei pantaloni. Una di quelle notti in cui vorresti credere all’amore eterno, ma le prove del contrario e la cattiva digestione ti fanno ricredere, dopo cinque-sei cambiamenti di posizione nel letto.

E non ti accorgi che se sposti il tuo volto verso sinistra, senza sorridere, diventi più bello, di un’intensità che ha il sapore di un boccone di pasta fatta in casa, che si sparpaglia gioioso da qualche parte prima di arrivare all’esofago. Un nodo allo stomaco provocato da un’emozione indeterminata.

Che vuoi che ti dica? In silenzio rimando la palla a te. Vedo la tua immagine e non riesco ad entrarti dentro, a guardare tutto quello che ti porta ad avere quei segni sul viso. Quanto vorrei saltare il fosso, conoscere, esplorare… ma non mi è permesso, come al visitatore di un museo non è permesso toccare la sua statua preferita, pure così vicina a lui.

Ecco quello che mi sconvolge ogni volta: la tua irraggiungibilità. Saperti così vicino e non appartenere alla tua sfera più profonda, guardarti e non toccarti, averti sempre di fronte e non poter attraversare questo spazio che ci divide. Vedere i tuoi occhi che osservano, approvano, sorridono, si disperano. Un dialogo muto e intermittente, ma inevitabile.

Cosa vuoi da me? La restituzione di un sorriso che non hai, di una certezza che ti illumini? Sai che posso darti solo nuovi dubbi, solo l’immagine di me deformata dai tuoi pensieri.

Eppure a volte irradi una luce che non saprei descrivere. E’ un lampo. Una convinzione che scompare appena arriva. Il germe di una resurrezione terrena, la cui eco è un timido tuono che non si fa ascoltare abbastanza.

 

Ecco, ancora una volta ti sei allontanato. Solo vapore davanti. Penso che questa distanza, in realtà, ci avvicini più di quanto possiamo immaginare. Non ce ne rendiamo bene conto, ma è così. Ci avvistiamo da lontano, senza uno sfioramento, senza un’apparente intima comprensione. Ma se ci guardiamo, restiamo – ineluttabilmente - l’uno nell’immagine dell’altro, anche per un solo secondo. E sai - e so - che fintanto che vivrai avrai bisogno dei miei occhi e io dei tuoi. E magari un giorno ci riconosceremo, e tutto coinciderà perfettamente.

Allora saprò che non cerchi più conferme in me, ma la consapevolezza che le tue notti sono cambiate, che sei tu ad accompagnarle in qualche bel posto, e si fanno accarezzare da te con la dolcezza delle prime parole pronunciate dai bambini.

 

Il vapore aumenta. Ti vedo in modo confuso, adesso. Ritorna.

Basta prendere un asciugamano e strofinarlo su di me. In fondo basta poco, ad uno specchio,

per sentirsi felice.

 

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categoria:04 scritti sulla schiena
lunedì, 06 novembre 2006

Anche oggi. Addormentare. Dosare la quantità giusta per dare un sonno di plastica, senza sbavature, senza ripensamenti. Ed io, come al solito, non ho chiuso occhio. Come se il sonno degli altri rubasse il mio.

Cinque operazioni. Li guardo, quando il siero dell’incantatore di serpenti comincia a fare effetto, e, nell’istante in cui stanno per perdere coscienza, mi sento potente. Investito della leggerezza rocciosa di una madre che canta una ninna nanna al suo bambino, e lo vede finalmente crollare. Ma io lo faccio per mestiere, non per amore. Vengo pagato per far dormire, per non far sentire il dolore.

La mia piccola telecamera intorno al polso riprende gli occhi che si piegano, come la vela immensa di una barca delusa dal vento che sparisce all’improvviso. Ogni volta ritrovo quel momento, quel preciso momento in cui l’angoscia per l’operazione si abbandona ad una piccola morte ad ore. Non sarebbe una bell’idea, che tutti, in ogni stagione, fossimo anestetizzati per un po’? Forse così ci abitueremmo all’idea della nostra assenza, e la morte sarebbe un insieme di istanti ogni volta più lungo, sempre più ravvicinato, fino a diventare una linea continua, il naturale prolungamento di questo torpore.

E così fotografo. Conservo le immagini di tutti quelli che ho addormentato, mentre guardano me e poi l’occhio implacabile della luce in sala operatoria, che sembra ripetere all’infinito le parole della Genesi. Sia fatta la luce. E la luce fu. Ma ora è quasi buio. Sta diventando buio. Metti la tua vita nelle mie mani, conti fino a quanto riesci a contare, poi vai dove io non posso arrivare. Ma quella frazione, quell’angolo riflesso, io lo vedo. Lì c’è tutto. Tutto quello che ti ha portato su questo lettino e tutto quello che vorresti che succedesse dopo. La paura del bimbo perso nel bosco. Subito dopo l’incoscienza arriva anche per te, prima di arrivare a contare fino a dieci, fino a venti, fino a tutti i numeri che non conti più, e che restano ammonticchiati fuori di te, residui di smarrimento matematico. In qualche parte che non so, ora sei.

Solo una volta. Solo una volta mi è parso che lei. Lei non si è addormentata. Ha fatto finta di dormire, però io me ne sono accorto. Dopo anni di esperienza. Sì, ha chiuso gli occhi, e tutti hanno pensato che fosse incosciente. Ma io no, io sentivo che era lì. A rimproverare il mio fallimento, il dosaggio sbagliato, l’occhio semiaperto semichiuso, ancora più implacabile di quello artificiale. E’ vero, prima mi aveva detto di avere un sonno leggerissimo, che non si sarebbe addormentata neanche stavolta, io la prendevo in giro per tranquillizzarla, le sembrava troppo strano che qualcuno potesse avere il potere supremo di toglierle la coscienza, lei che resisteva ad ogni stanchezza, ad ogni finestra sprangata, ad ogni silenzio tombale.

E lei probabilmente stava sentendo tutto. Forse quello che dormiva ero io, adesso. Io che non riuscivo a vedere, stavolta, il passato e il futuro. Solo un presente spaventoso, quasi troppo cosciente. In cui non poter entrare, perché era sacro come il fiume dove i vivi ed i morti si bagnano insieme. Ti fa male?, le chiedevo senza parlare, implorandola di darmi un cenno di vita. Cosa potrei fare, per alleviare questa sofferenza? Ed in modo ridicolo mi è venuta in mente la favola della bella addormentata nel bosco. Forse dovrei farla mia, questa favoletta stupida, ma all’incontrario. Dovrei baciarla per farla addormentare, per tacere tutto questo dolore che sale e che io non sopporto. Un dolore che non ha tempo, che si raggruma nella ferita. Quando mai, del resto, il dolore ha un tempo? Il dolore resta, c’è e basta. Anche nella ripetizione della parola, che non ha sinonimi. Che importanza ha quando è nato? Ormai ha perso la sua connotazione cronologica, è presente a sé stesso come il braccio che muoviamo per prendere un bicchiere d’acqua o la parola che scegliamo di pronunciare quando siamo dal fornaio ad ordinare il pane.

Ed ora io lo vedo, tutto questo suo dolore, e attanaglia me, me più che lei.

Quando addormento le persone, tengo tutto sotto controllo, il battito del cuore, la pressione. Ora invece il suo corpo mi sfugge, c’è solo questa materia informe e pesante che si solidifica davanti a me, sospesa a mezz’aria. Un male primitivo, ancestrale, che non chiede remissione, che non espia nulla se non il suo esserci. Orgoglioso. Lucido. Felino.

Devo fare qualcosa. Baciarla. Davanti al chirurgo, davanti agli assistenti. Baciarla per darle conforto, per dirle che non è sola, che tutto questo sparirà, forse sparisce da subito.

Non so se l’ho immaginato o l’ho fatto veramente, ma a me pare di esserci riuscito. L’ho baciata, un inchino veloce, un posizionamento di labbra impercettibile, scambiato magari per un controllo un po’ anomalo dello stato della paziente.

Sembra ringraziarmi. E’ come se il suo sguardo sofferente, sotto le palpebre, sorridesse d’un tratto. Il corpo. Il battito. La pressione. Non ce la fa. No, non ce la fa. Se ne sta andando, dice il chirurgo, dicono gli altri. Non ho mai capito questa frase, più lieve dire sta morendo, precipitandosi o innalzandosi verso un unico punto. Se ne sta andando, violento lo sento rimbombare, mi dà l’idea che vi siano troppe strade al di là della soglia, un’indecisione che rimbalza a piccoli salti, evanescenti, vaghi.

Troppo dolore. Troppa coscienza. Troppa veglia. Come me. Due insonni vagabondi. Con il mio bacio ti ho dato la morte. Ora sì che ti sei addormentata. Il dolore a mezz’aria è diventato un leggero manto che si sposta di qualche millimetro sulla coperta del letto. Lo vedo stasera davanti a me, adesso dice che il peso è diventato sabbia sulla riva bagnata, parla, e forse è la favola che nessuno mi ha mai  raccontato per farmi sprofondare nel sonno. E’ un momento, perdo lucidità, la luce è già spenta, dovrei cambiare lavoro, comincio a contare, l’occhio della sala operatoria non può guardarmi, mi sembra lentamente che sto per dorm

...

 

 

(racconto pubblicato sulla rivista multilingue Tras, n. 10, 2003.

Vedi il sito del Gruppo letterario Scurlins http://www.scurlins.org/scriteures/index.html.

Grazie a Marco Forni.)

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categoria:04 scritti sulla schiena
venerdì, 03 novembre 2006

06_vino_vodka

Yasenevo, periferia di Mosca, una quasisera di settembre. Insegne sui chioschi inneggianti all'alcol.
La casa di Saša è a qualche fermata d'autobus.
Qui Vladimir Sorokin, autore contemporaneo molto criticato, simbolo del postmodernismo russo, ha vissuto e scritto i suoi primi libri. Al confine tra la città e la foresta. Dove cumuli di palazzoni-foglie si levano verso il cielo, nuvole basse in attesa di un riscatto. Della neve.

(leggete cosa dice di questa zona lo stesso Sorokin, all'indirizzo
www.russianecho.net/libri/zombi.asp)

e ancora torna il volto di un cinquantenne stanco di metropolitana, uovo ipnotizzato rugoso, a sovrapporsi con una fotomodella appicciccata al muro, oltre il vetro del vagone, pubblicità di cantici ai rubli trasformati in bacchetta magica                 


ma il motore romba e nessuno sente

 
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categoria:05 la schiena di saša
giovedì, 02 novembre 2006

Eleonora era stata partorita in una biblioteca, e da lì non uscì per parecchi anni.

La madre, un’appassionata di libri, aveva deciso di dare alla luce sua figlia in una biblioteca abbandonata, in un paese di montagna a ridosso dei Pirenei. Era convinta che quella nuova esistenza avrebbe ridato vita ai libri ormai consumati, non più letti. Eleonora, odorandoli, gli avrebbe restituito il loro vero profumo, e toccando la carta delle varie pagine, queste avrebbero riacquistato una consistenza reale.

E così fu. La piccola mangiava e dormiva nella casa dei suoi, ma trascorreva tutto il giorno tra volumi ed enciclopedie. Non andò mai a scuola, perché la madre era convinta che in quell’oceano di sapere avrebbe imparato molto più che in una piccola aula.

A tre anni cominciò a collegare i vari segni delle lettere che le apparivano simili nella forma, e iniziò a catalogarle con un significato che sapeva solo lei. Le lettere divennero frasi, e le frasi discorsi, e i discorsi libri. Solo lei ne conosceva il senso.

In quello stesso periodo la madre le insegnò a codificare le parole come fanno le maestre con i loro alunni, e la ragazzina si rese conto di saper leggere in due modi: quello della sua fantasia e quello di tutti gli altri uomini della terra.

Col tempo Eleonora, oltre ad aver imparato le cose del mondo, si era costruita un archivio delle emozioni che nessuno poteva decifrare. Ma poi cos’era realmente vero? Quello che vi era scritto o quello che lei leggeva?

Era come se avesse viaggiato per anni interi, e tragedie, commedie, saggi filosofici la invasero fino a farla divenire libro.

A vent’anni decise di affrontare il mondo di fuori. L’unico problema fu quello di farsi conoscere. Ogni persona che incontrava leggeva sulla sua fronte, su un braccio, su un ginocchio una frase diversa.

Erano le poesie di Baudelaire, i racconti di Hemingway, i romanzi di Dostoesvskij, ma anche il libro che si era scritta addosso, pieno di capitoli sempre nuovi. Eleonora non diceva nulla, ma comunicava, a chiunque la incontrasse, odori, sensazioni, tramonti, amori, guerre... un intero mondo che le si era cucito addosso, ma non pienamente suo.

Girava per le strade apparentemente invisibile, eppure parlava a tutti con grande intensità. Un giorno un ragazzo la  incontrò, e disse di aver letto, osservando i suoi capelli, la frase: Se continui a leggermi sarò viva.

Da allora non si sa più che fine abbia fatto. Forse quel libro ambulante, leggero come il vento,  adesso è in viaggio verso le tue mani, e ancora non lo sai.

(primavera 2000 - San Pietroburgo ancora irriconoscibile, irriconosciuta)

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categoria:03 progetto editoriale, 04 scritti sulla schiena