giovedì, 22 febbraio 2007

RI-CORDA-RE

Tre milioni di rose

(24 marzo 2002 - The day after) 

 

hai presente quella scena di Film rosso in cui il profilo della modella si staglia contro un immenso lenzuolo rosso per la pubblicità di un chewing-gum?

ecco, la giornata di ieri comincia così: è come se qualcuno mi avesse sovrapposto a quell’immagine, e il mio profilo avesse coperto quello di lei per un intero giorno, e il lenzuolo si fosse trasformato in bandiera. e dire che il rosso non mi sta bene addosso, mi sbatte: ma ieri è un giorno speciale, ieri è un rosso speciale, non quello del sangue, ma del colorito che prende la pelle quando ci si innamora lievemente o si è preso sole, quel po’ che non abbronza ma brucia appena le labbra

Tu sì, tu no

ma ci sei tu e ci sono io, ieri 

l'articolo 18 non ci sto 

sto invece con te a Piazza della Repubblica, stordita dalla folla silenziosa, un brusio ventoso più tenue e aggraziato della tramontana, e si parte verso un’onda altissima che s-travolge le orecchie e lo stomaco e le mani in alto - per non arrendersi

 

Libertà di privatizzare

Libertà di licenziare

Libertà di…

La casa delle libertà

 

un professore tiene appesa al collo la sua libertà precaria

 

Berlusca, se tocchi l’articolo 18 succede un ’48

 

ma non succede un ’48 se mi tocchi tu e mi abbracci la schiena, solo arriva quella malinconia interrogativa costante

 

Per un’Italia pulita, togli l’unto

 

il Mare Massimo è un Circo Rosso che non si divide in due, ma non ci sono clown, qui, e qualcuno urla che Lia è stata licenziata e riassunta l’altro ieri, grazie alle proteste

 

stesi sul prato a decifrare parole arrivate da tutta Italia, che si agitano di una tranquillità decisa sugli striscioni

 

un palloncino dell’Arcigay rotola sull’erba e lungo i fianchi. Un uomo - cristo di sofferta allegria - è allagato dalle carezze assolate non trattenute del compagno

 

Cofferati, siamo la tua scorta

 

la bambina di colore ha i codini e mugola di contrarietà, stretta al velo della madre

 

e so che io non ce l’ho, la scorta, e mi chiedo perché non ne ho chiesta una, quando ero braccata da un uomo che voleva ammazzarmi

 

Lavoro, diritti, solidarietà, il terrorismo non passerà

 

e non voglio che passi questo giorno questo sole questo vento questa serenità disinvolta - volta verso di te verso gli uomini e le donne che sperano in un volo dell’anima al di sopra dei contratti a tempo indeterminato e dei licenziamenti

 

Bomba o non bomba arriveremo a Roma malgrado voi

 

un gruppo di cinesi con bandiere rosse si fa largo tra di noi

 

Ma chi so’ questi?

E saranno figli del cinese, no?

 

Come si dice stronzo in cinese?, chiede la moglie del professore

 

Padre e figlio - uniti nella lotta

 

un signore sulla cinquantina vede una rosa caduta da un cielo di Chagall e me la porge con un gesto d’altri tempi: ‘Non è bellissima, però…’. la prendo e da quel momento diventa la mia bandiera, mentre la stoffa della bandiera del figlio si appoggia sulla testa come a benedirmi, e poi la bandiera mi spettina si appoggia sulla spalla. di sicuro una grazia superiore a quando ho lo spirito santo – non compianto - è sceso su di me

 

Ci pisciano addosso e ci dicono che piove

 

ti ricordi? ti ricordi gli anni della prigionia in casa, quando volevo scendere in piazza con i disoccupati ma non ci si riusciva - ognuno era paralizzato dal proprio orticello di psicodrammi e che colpa potevi dare, a un sonno annichilito e un sogno marcito in un angolo di carne sudata?

 

Se Berlusconi fosse papa, sarebbe pio tutto

 

pio pio, t’amo pio bove, ma allora sia il pulcino che il bue sono pii, o è solo letteratura? c’è qualcosa che non quadra, troppe cose non quadrano. voglio una certezza, una sola, che non sia firmata RAS da quel bel tipo di Sean Connery, e neanche dalla premiata ditta berlusca

 

Berlusconi, tocca un diritto e ti arriva un rovescio

 

e penso a quelli intervistati da Sciuscià che oggi non sono qui, ricattabili e flessibili, talmente tanto elastici che sono diventati acrobati in volo verso un altro posto che non è Roma

 

gli accenti di tutta Italia si confondono, è come un esperanto spontaneo che chiede giustizia, ma ci vuole coraggio per ascoltare un grido che racchiude in un alfabeto fantasioso così tante voci, e lui non ne ha

 

Berlusconi-Wanna Marchi, uniti nella lotta

 

vendimi pure, ma solo un pezzo e a prezzo modico, che poi quello che resta deve mantenere famiglia e mandare i figli all’università, anche a dio non piacendo

 

Nessun diritto si rivendica col sangue

 

e voi, uomini che mi sorridete, a ritorno, nella strada in cui si fa strada una dolce stanchezza, a Via dei Fori Imperiali, gustate il diritto di guardarmi e sorridermi, lasciando ad altri il non-diritto di fare i marpioni di bassa lega. un sorriso che dice se ci mettiamo a parlare non ci provo con te, voglio solo farti sentire quanto sono contento di essere qui oggi, dirlo anche a te, ragazza, ché il lavoro è duro quando c’è o c’è a metà  e – secondo la legge di andreottiana memoria - logora chi non ce l’ha

 

e se mi palpa il culo una mano minacciosa di sangue e terrorismo? in tal caso dovranno ricoverarmi, perdio, forse è meglio che chiami già un’ambulanza, anche se non sono le mani di oggi a terrorizzarmi - sembrano quelle disegnate da Escher – piuttosto quella che fa le corna verso l’obiettivo della macchina fotografica e del marketing politico di successo

 

Se lo conosci lo previti

 

già un ricordo, mentre a Piazza Venezia gli scudi rassicurati e fiacchi dei poliziotti si aprono a ventaglio per farci passare

 

un ricordo di quelli che capitano poche volte nella vita

 

prima che il cinese parlasse ho guardato lui, Massimo, che guardava la folla, e si è commosso. mai lacrima fu più ferma e certa e antiretorica e solidale di questa, penso

 

non devo dimenticarlo mai

 

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è mezzanotte e come cenerentola lascio dietro di me una scarpa piena di terra. Il profilo si stacca dal rosso della bandiera. Il profilo non è più profilo e il volto si gira pieno verso di te. domani si dorme, e ora comincio a sognare, ché oggi un sogno non è stato, ma tepore soffuso sconfuso di verde

 

buon viaggio, compagni, ovunque voi siate adesso, ché adesso è un tornare più leggero

 

anche nel metallo feroce di termini

 

anche se domani non è un altro giorno

ma un'altra pena che resiste

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categoria:04 scritti sulla schiena
venerdì, 16 febbraio 2007

Sempre, succedeva. Sempre. Che quando mangiavo qualcosa, fosse pasta o carne, dolce o salato, lasciavo puntualmente un boccone nel semicerchio destro del piatto. Tutti i pezzetti avanzati, la paura di finire, di compiere, si sono conservati in un secchio puzzolente. Allora, allora avrei dovuto mangiarli, adesso è tutto un magma informe di marcio inconsumato, di germi, vermi e batteri. I pezzetti lasciati nel piatto sono stati la mia rovina, l'inizio della decomposizione. Ora mi attaccano all'improvviso, di notte, o in un mattino grigio d'inverno. Chiedono un riscatto. Mi coprono di richieste verdognole e asfissianti che non posso soddisfare. Io so che sono lì, ad aspettarmi, e prima o poi mi acciufferanno definitivamente. Io sarò il loro cadavere da mangiare, la prelibatezza andata a male da risucchiare

 

(maggio '99)

 

Storia bambina: Fermacapelli  (Granada, 30/4/1995)

 

Philippe e Jeanne a nove anni correvano verso il campo di grano, che a poco a poco si trasformava in un anello dorato che li conteneva entrambi, come un’aureola di luce accecante.

Dopo la scuola prendevano le biciclette e le appoggiavano attaccate l’una all’altra al muro di una grande casa rosso mattone. Le biciclette salivano da sole verso una finestra da dove fuoriusciva un profumo inebriante, un’edera che avvolgeva i manubri e le ruote e i pedali, e le biciclette erano la salda struttura di Philippe e Jeanne che si lasciava andare ad un percorso distratto e abbandonato al caso.

In quello stesso istante Philippe e Jeanne razzolavano per terra, e mentre sentivano la consistenza della terra capivano che era giunto il momento di guardare il cielo, e il cielo era un altro pavimento, solo un po’ più alto.

Philippe tirava i capelli di Jeanne e rideva, e i capelli non finivano mai, corda sottile e dolce a cui appigliarsi. Erano la strada che portava al mare, un sentiero non battuto dalle mille sorprese di cui non aver paura, la fune solida da cui si snodavano le acrobazie più ardite, il punto di equilibrio intorno a cui ruotavano le incertezze, la solitudine, gli sbagli. Una volta Philippe aveva pensato che sarebbe stato davvero felice solo se avesse potuto tenere strette per sempre le mani a quei fili che si rigeneravano sotto i suoi occhi, di volta in volta. Non aveva capito che così le faceva male.

Lei urlava in modo composto ma deciso ‘Piantala!’, e lui smetteva di aggrapparsi. La scena si ripeteva tutti i giorni, e Philippe sperava che il giorno dopo l’urlo di Jeanne non arrivasse più, ma si sbagliava.

Dopo l’urlo quotidiano di Jeanne, Philippe proponeva di cominciare a giocare. ‘Facciamo che io sono il capo di una missione mondiale e tu sei la mia assistente. Oggi dobbiamo salvare il mondo dai mostri che distruggono la foresta’. Lei era la sua fedele subordinata, accompagnata da un esercito di folletti e gnomi. Lui la istruiva su come aggirare gli ostacoli, orientarsi nei boschi e combattere i nemici che sbucavano dai rami. Philippe sapeva i nomi di tutte le piante e degli alberi, e ogni giorno interrogava Jeanne e le chiedeva di ripetere i vari tipi di conformazione delle nuvole. Sotto il grande albero dove si fermavano a riposare lui le parlava di motori, forza di gravità e numeri, e i numeri diventavano musica nella pelle di Jeanne. Philippe spiegava a Jeanne di cos’era fatto il mondo, e Jeanne gli suggeriva nuove parole per guardarlo in modo diverso.

Poi, quando faceva buio, Philippe le indicava i percorsi delle stelle, e Jeanne si inventava un nome per ogni stella. Diceva che in questo modo avrebbero avuto le loro stelle personali, e che non avrebbero mai potuto perderle di vista.

‘Tu non dovrai mai tagliarti i capelli’, ordinò Philippe a Jeanne, un pomeriggio di maggio.

‘E invece sì. Mi taglierò i capelli e andrò via di qui.’

‘Non puoi. Io e te ci dobbiamo sposare.’

‘Io non mi sposerò mai, viaggerò il mondo e il mondo sopra il mondo.’

Philippe rimase in silenzio. Non poteva credere alle sue orecchie. Un frastuono muto lo accompagnò da quel momento per tutti i pomeriggi che seguirono. Giocare con Jeanne non era più la stessa cosa: sapeva che prima o poi sarebbe partita, e il solo pensiero bastava ad annichilirlo. Come poteva essere vero? Erano così amici, loro due! Al di fuori degli strani abitanti del bosco nessuno li disturbava, niente li turbava. C’erano solo i capelli di Jeanne e le mani di lui che li stringevano forte. Cercava di allontanare il pensiero come per allontanare la sua partenza, ma non trovava pace. Non era più un bravo capo, a un certo punto pensò di aver dimenticato tutte le cose che aveva insegnato a Jeanne e di non avere più nulla da raccontarle.

Allora Jeanne, che aveva capito la sua tristezza, gli disse: ‘Facciamo un patto, Philippe. Dal giorno dopo che me ne sarò andata, al momento del tramonto, l’istante prima che il sole scompaia, ci penseremo. In qualunque posto staremo ci sentiremo vicini. Tu avrai una moglie e tanti figli, io sarò una vagabonda piena di uomini, ma nulla, nulla potrà separarci. Sarà il nostro segreto.’

Philippe cominciò a piangere, ma subito si coprì gli occhi per non farsi vedere da Jeanne.

‘A me sembra una stupidaggine. Potremmo star vicini tutto il tempo, star bene e divertirci, essere felici, giocare come abbiamo fatto finora.’

‘Non capisci, Philippe. E’ scritto nella stella PJ’. PJ era la stella composta dalle loro iniziali che Jeanne aveva battezzato una delle tante sere della loro amicizia.

Philippe non capiva le parole di Jeanne, ma si rimetteva ad esse come fossero la cosa più naturale del mondo, come il cibo che mangiava e di cui aveva bisogno senza riflettere. Un teorema inconfutabile. Nel frattempo, continuava a tirarle i capelli, e man mano che i giorni passavano questo gesto voleva dire: ‘Resta con me’.

Sei mesi dopo i genitori di Jeanne partirono, e con loro Jeanne, che diede il suo addio a Philippe senza avvisare, semplicemente non presentandosi all’appuntamento.

Da allora non passò giorno in cui entrambi non pensassero l’uno all’altro. Il prima e il dopo non esistevano più, contava solo quel puntino verdearancio che stava per scomparire all’orizzonte. Solo un istante, ma bastava quello a riempire tutti i giorni e tutte le notti. Del resto era scritto nella stella PJ.

Philippe divenne un affascinante scienziato, famoso e stimato in tutto il mondo, si sposò con un’insegnante, fece quattro figli maschi e una femmina che chiamò Jeanne.

Jeanne, dal canto suo, si tagliò i capelli come aveva detto, ebbe varie relazioni tormentate e appassionate, fece mille lavori diversi, dipinse quadri che la gente amò e comprò, ma non si fermò mai in un posto solo e in un uomo solo. Era un po’ come Mary Poppins: arrivava come un’apparizione, rivoluzionava la vita di qualcuno, lasciava scorgere orizzonti di possibile gioia e poi spariva, lasciando ad ognuno un poema indimenticabile firmato ‘PJ’.

Philippe e Jeanne non si rividero più, ma il pensiero delle corse nel campo di grano li accompagnava sempre, e guidava le loro azioni e i loro corpi.

Philippe seppe della morte di Jeanne un giorno di luglio, quando lesse sul giornale: ‘Ieri mattina, nella casa di Baux-de-Provence di proprietà di una conoscente, si è spenta la pittrice Jeanne Calignon. A causare la morte è stato un incendio improvviso, che le ha bruciato completamente i capelli e la testa.’ Com’è possibile? I capelli di Jeanne bruciati? Bruciati prima del suo cervello, delle mani, delle gambe?’. Il mondo crollò, la fune si allentò, e Philippe cadde in un posto che non era la terra, ma un vuoto senza fine.

Philippe non pianse, ma da allora seppe di aver perso per sempre tutto quello che aveva costruito fino a quel momento. Non sentiva più i capelli di Jeanne tra le mani. Non riusciva più a guardare la stella PJ. Era stata una cattiva stella. Un maleficio. Si ricordò in un lampo di lucidità che Jeanne l’aveva chiamata così proprio il giorno in cui accennò per la prima volta alla sua partenza.

Non era giusto. Non era giusto che se ne fosse andata via senza salutare, come sessant’anni prima. La moglie di Philippe, pur non essendo a conoscenza di nulla, si accorse del grande dolore che provava il marito, e lo invitò a fare un viaggio perché potesse ritrovare un po’ di serenità. Partì quasi subito.

Decise di tornare nel campo di grano tanto amato, con l’illusione di rivedere Jeanne anche solo per un attimo.

Attraversò con passo stanco quella terra che ora tremava sotto i suoi piedi, e lentamente raggiunse il loro albero preferito, quello dove lui giocava a fare il capo e lei lo seguiva obbediente, l’albero che custodiva il loro riposo e i segreti della missione. Si sedette ai piedi delle radici, e dall’ampiezza dell’ombra si rese conto di quanto l’albero si fosse allargato.

Gli sembrò di vedere da lontano due biciclette arrugginite, due scheletri senza respiro. Sudò freddo. All’improvviso sentì qualcosa di appuntito scontrarsi sulla coscia. Sembrava un piccolo scrigno, di quelli usati dalle signore per tenere i gioielli. Era pieno di polvere, consumato dal tempo, eppure Philippe ne rimase colpito. Ci sarà qualcosa dentro?, pensò fremente di ciliegie fresche. Sporcandosi le mani lo aprì, con una curiosità bambina. La vista era affaticata, e non riusciva bene a distinguere l’interno del piccolo tesoro. Con le dita sfiorò un foglio di carta piegato in quattro. Che roba è?, si chiese Philippe con il cuore che gli batteva forte. Si raccolse in silenzio come nel momento più solenne di una cerimonia, come presagendo che in quel foglietto vi fosse qualcosa di importante, che l’avrebbe segnato per sempre. Esitò ancora un minuto, poi aprì anche il foglio. Dentro trovò una ciocca di capelli lunghi e alcune righe, la grafia quasi illeggibile e l’inchiostro deteriorato dal tempo, in cui era scritto: ‘Questi capelli sono per te. Potrai stringerli e tirarli quanto vuoi, fino alla fine del mondo che abbiamo salvato. Se non mi avessi fatto così male, sarei rimasta. La tua fedele Jeanne.’

Philippe, il grande scienziato celebre in tutti i continenti, non aveva capito fino ad allora che tutta la sua vita era dipesa solo da una questione di stretta. Un po’ più piano, capo, e Jeanne non se ne sarebbe mai andata.

Guardò in alto. Il sole stava tramontando. La stella PJ non c’era più. Gli parve di vederla brillare per un solo secondo, il tempo di capire e morire sotto l’albero dove Jeanne l’avrebbe aspettato il giorno dopo, nel pavimento un po’ più in alto della terra.

Lì, giurò a sé stesso, non le avrebbe più tirato i capelli. Li avrebbe avvolti con una carezza libera, ed entrambi si sarebbero amati in un orizzonte immenso, dove il tempo e lo spazio sono solo capelli che volano.

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martedì, 13 febbraio 2007

Era nella testa

Dove

Era prima del feto

L’immagine-genitore

Il mito da cui nasce

Il mito greco – e latino –

Dove fermenta il non-uomo / la non-donna

Uguale a un dipinto

A una statua

La madre-persona nello scoppio del concepimento

Frena il ritratto nella stanza e

Si oppone al coito umano

In perpendicolare

Ne vien fuori un rimedio

Ai rischi e alla mala educazione

Il ritratto

Sputato marginalizzato

Di un’immagine

Una copia albeggiante

Che si muove

Ferma

Che non troverà sguardo né secondi tempi

Fino a quando non capiterà davanti a lui

Di fronte al ritratto ladro di vita

Padre/madre in segni - affrancati

Che restituisce sensi

Ma solo nell’agnizione.

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categoria:04 scritti sulla schiena
giovedì, 08 febbraio 2007

Ho appena letto questo articolo a Saša. Amarezza nelle ciglia che si chinano sulla tastiera, per avere più notizie di questo ricercatore russo con una borsa di studio alla Bocconi che, sfinito dalle difficoltà buracratiche, ha deciso di lasciare l’Italia per andarsene in Olanda. Lì è tutto più semplice, dice.

Abbiamo ripensato a tutte le trafile – di moduli, impronte digitali, colloqui-interrogatori, lettere di invito, analisi, assicurazioni, registrazioni - passate, presenti e a venire, presso Commissariati, Questure, Prefetture e Consolati di Roma-Mosca-San Pietroburgo-Parigi. Alle scene grottesche e umilianti a cui abbiamo assistito, per i miei visti continui e il suo permesso di soggiorno in Italia, degne della miglior commedia all’italiana. Ai forum infiniti su Internet, in cui si cerca una risposta che si trasforma in ventaglio di dieci risposte diverse. A tutti quelli che, prima e dopo, saranno costretti a rinunciare, grazie alle leggi in vigore.

Un mostro a quattro teste, spesso indomabile,  che prende troppo tempo ed energie, che mette a dura prova l’onestà e la buona fede. Non resta che insistere, resistere, graffiare e addolcire il paradosso. Per attraversare il mostro e uscirne.

Annoterò qualche scena qui, dialoghi surreali della realtà.              

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categoria:05 la schiena di saša, 06 rufrita/brividi sulla schiena
giovedì, 08 febbraio 2007

(Cose come queste scrivevo, dieci-quindici anni fa)

 

*

 

Ogni attimo

è un filo che si spezza

 

e io

che mi illudo

di saper cucire

 

 

*

 

Nota

che si allarga

deforma il sentire

amplifica i segnali

esplode nello stomaco

 

spartito di gioie rugose

contrappunto di incertezza

 

la musica va

io sono rimasta indietro

 

dove il ritmo si placa

e la nota si fissa

 

ancora, ancora note

a incidermi di immensità

  

 

*

 

mani fredde

a rapire un perché

 

a volteggiare

patetiche

su attimi convulsi

- ormai morti -

 

a chiedere

un filo

da riannodare

 

forse, per non finire

 

 

Sono passati quasi dieci anni. Dieci anni da quella notte. In cui. In cui, ansimante. In cui ansimante qualcosa mi levò dal letto, io-me sudata, io-me al limite delle forze. Per scrivere questa lettera. Era il 7 marzo 1997. Qualche ora dopo la spedii a “Repubblica”. Alla rubrica “Lettere”, curata allora da Barbara Palombelli.
Quattro giorni dopo, l’11 marzo, venne pubblicata con questo titolo: “Un urlo dal pianeta disoccupazione”. Ve la lascio questa notte, come una candela accesa in un blues aspro. Cosa accadde subito dopo lo ricordo bene. E voi, potreste forse indovinare.

 

  - Roma, 7 marzo 1997 -

                                                                                                            

Una bara. La mia stanza a volte sembra una bara. E io un’aliena. Mi dicono che vengo da un altro pianeta. Quello dei disoccupati. Siamo in tanti, ma spesso non riusciamo a trovarci e a sentirci. Ci aggiriamo come zombie nelle città. Credo, come loro, che il lavoro sia un servizio alla comunità civile e una fonte di crescita e arricchimento (non solo economico) per la persona. Questo è uno dei tratti che caratterizza la mia identità. E proprio questo, paradossalmente, mi esclude dal “giro”. Sì, perché i mezzi di comunicazione presentano puntualmente i soliti nomi, le solite facce, il solito circo da servire sul piatto ad un pubblico ben addestrato. Un sistema feroce che mi fa sentire ai margini, che sembra urlare : “Sei fuori dell’ingranaggio? E  allora non sei nessuno, non ti guardo, non ti parlo, perché sei invisibile”.

 

Anch’io, come Francesca Fiore, sono disoccupata. Ho ventinove anni,  anch’io sono laureata con lode (da quattro) e ho fatto diversi corsi di specializzazione. In questo lungo periodo ho svolto sempre lavori precari e spesso sottopagati. Per circa un anno mi sono trasferita in una città del nord per lavorare, seppure a tempo determinato (d’altra parte l’inno alla flessibilità non è forse gridato da persone ben inchiodate alle loro poltrone?). La cosa più avvilente che ho imparato nella mia - purtroppo annosa - ricerca è che ormai, per avere un posto stabile, non basta più neanche la famigerata “segnalazione”. Presso alcuni enti pubblici e privati, infatti, vengono creati appositamente “posti fantasma” per chi ha alle spalle un forte appoggio politico o finanziario, e vengono assunte persone che spesso non hanno nemmeno le specifiche competenze.

 

Eppure, nonostante la sofferenza, la sensazione di essere “sprecata” e il fatto di non poter avere un’indipendenza economica, ho ancora una gran passione per la vita e il desiderio di “esserci”, di partecipare. Mi invento la vita ora dopo ora, organizzo il mio “palinsesto” giornaliero, coltivo i miei numerosi interessi.

La mia vita è basata non tanto su una produzione oggettiva quanto sull’essere. Non ho, quindi sono. Un’esperienza che servirebbe a tutti (e a qualche “potente” in modo particolare), ma non in queste condizioni.

Voglio dire a tutti quelli che si trovano nella mia situazione: diamoci voce noi stessi, se i giornalisti e i conduttori televisivi non lo fanno! Incanaliamo le nostre energie non solo nello sfogare la nostra legittima rabbia, e formiamo una rete visibile che ci faccia da megafono.

Mi piacerebbe che altri disoccupati come me - giovani e meno giovani - mi scrivessero, non per fondare un club-salotto di “sfigati” che si piangono addosso e si rifugiano nel ritornello “Mal comune, mezzo gaudio”, quanto per esprimere idee, scambiare esperienze, raccogliere testimonianze e provare - perché no? - a farne qualcosa di bello: un libro, un video, una proposta per una trasmissione televisiva... per sentirci parte di una comunità civile, anche se non produciamo reddito e una sottile angoscia , ogni mattina, si aggira velenosa dentro di noi.

Grazie, Barbara, se pubblicherai questo urlo sofferto ma consapevole.
 
*Francesca di Mattia - Roma*

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categoria:04 scritti sulla schiena
lunedì, 05 febbraio 2007

Segnalo qui l'ultimo articolo pubblicato su Wuz, in linea da una settimana:

Incontro a Parigi con lo scrittore e artista Premio Nobel della Letteratura 2000 – 13 gennaio 2007
Le tre vite di Gao Xingjian

Di lui ho già parlato qui.

Grazie a coloro che mi hanno scritto in questi ultimi due giorni, risponderò presto.

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categoria:11 io e wuz
sabato, 03 febbraio 2007

Quando ho cominciato a vivere in Russia mi sono persa. Senza condizioni. Senza resa. Non mi vedevo più, arrivavano prima e ancor prima del prima sovrapposizioni di davanzali, bacilli, nervi, versi d’altrove, una lingua natale che non riuscivo quasi più a parlare e un’altra che si era appropriata di me a piccoli passi, sostituendosi allo stato di dormiveglia, talvolta ai sogni. Mi trovavo in una giostra che girava all’infinito, che mi impediva di scendere nel terreno del ragionamento. Volevo afferrare tutto, in fretta, con avidità. Dare un senso definito e definitivo a questo Paese, a questa scelta, a questo amore. Ma i veri viaggi, quelli che diventano il quotidiano, il ripetitivo dove cogliere l'essenza, non si fanno capire. Chiedono lentezza, pazienza, vuoto in cui collocarsi e prendere posto, forma, parola. E a poco a poco, senza accorgermene, il Magma di ferro ha succhiato in un calco la mia sagoma, la pelle, le anime di donne diverse che talvolta si incontrano in me, ed è divenuto la terza lingua che cercavo. La Deviazione per eccellenza. La linea che esce dal cerchio verso una nuova utopia, funambola.

 

La Russia è Saša B., Artem M., Olessia K., Stanislav G., Andreï L., Saša S., Arcadi D., Elena S., Dmitri K., Saša P., Miša G., Sonia L., Maria K. E' la perdita totale dell'orientamento, lo stupore-sconcerto che mi prende a schiaffi, la contraddizione enorme che mi porto dentro da quando non ero ancora nata e che ho riconosciuto, la mancanza di appigli del piede, che non va oltre la neve e non riesce a posarsi. E' la Storia e le Storie, di cui non sapevo nulla se non nei libri letti nell’adolescenza. E' una sensualità volatile, maldestra ma insaziabile, lo sguardo delle studentesse che disegnano la mappa nascosta della loro città, dei luoghi in cui vorrebbero portarmi. E’ la polizia che mi ferma con arroganza, che vuole essere pagata in cambio di tranquillità per continuare il giro turistico. E' un desiderio amaro, aggressivo, baro, che se seguissi non so dove mi porterebbe. E' la poesia letta nei caffè - all'inizio indecifrabile - che sfiora i palazzi, nelle varie luci e controluci, nell'illusione reale. E' il grado più alto di violenza, eclettismo, tormento, malinconia e  rabbia  che mi abita in profondità e gioca al rimbalzo, che credevo di aver perso, o almeno dimenticato. La Russia è pericolosa, di un pericolo a cui ti abitui e che quando ti allontani senti sciogliersi in nostalgia insostenibile. La Russia è putrefazione, alcol, fuoco, cenere da cui tutto ricomincia. Alla fine della ulitsa, in giugno, la Russia - ma poi solo alcuni angoli, vicoli, riflessi - siamo io e un'ombra, un abbraccio prolungato, affilato, pronto alla fine. La Russia non esiste, esistono le Russie, e le Russie sono parole scritte su lattine schiacciate, stivali luccicanti, androni maleodoranti, strattoni in metropolitana, fogli gettati in un canale alle due di mattina che faranno il giro di tutti i mari e ritorneranno a noi con altri alfabeti.

 

In Russia ho tra-s-critto volti, episodi, assenze, gesti, vagoni, miserie, case, scalinate e scale mobili,  foreste, versi. Un cumulo di quaderni, fotografie, file audio e video, giornali, libri. Tutto questo materiale si è raccolto da solo, nella mia vita di ogni giorno. Lì-qui non mi sono mai sentita una reporter. Semplicemente ero-sono lì-qui, perché la mia vita è diventata anche russa, che io lo voglia o no. Non c’è bisogno di spiegare qualcosa, se quel qualcosa lo sei già. Ma agli altri, a quelli che sono rimasti, devo dire, e mostrare. Tras-mettere alle mani, alle orecchie, agli occhi.

Per questo ho cominciato a scrivere un nuovo libro. Nuovi racconti, di cui pubblicherò sul blog alcuni brani.

E da dicembre collaboro con il portale Wuz. Ho ideato una sezione intitolata Note di vita e letteratura russa (ma non solo) tra Roma, San Pietroburgo e Parigi, dedicata alla letteratura russa in Italia e in Francia e ad altre iniziative e persone che riuniscono i tre Paesi. Traduzioni dal russo e in russo, presentazione di testi inediti, incontri con responsabili di case editrici, autori, organizzatori culturali (di Mosca, di San Pietroburgo, della provincia). In questo ultimo anno ho letto romanzi, saggi, riviste cartacee e on line, ma soprattutto ho conosciuto gli scrittori e i poeti che oggi vivono in Russia e fuori della Russia, alcuni dei quali mi sono divenuti cari. Analizzando i processi che costituiscono il "triangolo culturale" in cui mi distendo e comprimo, penso sia importante colmare un vuoto, e cercare di modificare la percezione occidentale, spesso stereotipata, di quello che arriva - se arriva - dalle tante e contraddittorie Russie.

 

Il primo articolo: La Biblioteca Gogol' e la mostra Mal di Russia Amor di Roma 

 

Da secoli esistono importanti legami tra la Russia, la Francia e l’Italia. Che eredità ci ha lasciato questo patrimonio letterario, artistico e architettonico? Quali sono oggi i rapporti tra i tre Paesi, i progetti di cooperazione, le influenze reciproche, gli elementi che accomunano e allontanano culture tanto diverse per alcuni aspetti e vicine – talvolta in modo inatteso - per altri? Questa iniziativa vuole essere un’occasione per far scoprire le numerose e stimolanti connessioni che ancora oggi esistono.
Ecco allora che partendo dall’attualità, da situazioni vissute “in tempo reale” in Russia, si può arrivare a parlare di letteratura, cinema, televisione, per disegnare una mappa delle sfaccettate situazioni culturali e sociali di un paese in continuo fermento. Per mettere in luce il gioco di specchi tra la Russia, l’Italia e la Francia, che è ancora vivace anche se più “sotterraneo” rispetto al passato. Per trovare nuove possibilità di scambio e arricchimento, anche con la collaborazione dei lettori di Wuz.

E ora, solo musica.

 

I have time but I can’t wait any longer

And I have night but there are no dreams

And I have white days

And white mountains and white ice

But all I really need

Is a few words and a space to step into.

 

Kino, Mesto Dlya Shaga Vperyod (A Space to Step Into), 1988

postato da: Barhatnaya alle ore 03:37 | Permalink | commenti (6)
categoria:03 progetto editoriale, 06 rufrita/brividi sulla schiena, 11 io e wuz
venerdì, 02 febbraio 2007

Mais cette histoire n'est pas celle de mon enfance. Je suis partie à la recherche de ma vie de maintenant, et tente seulement de déceler mes premières traces sur une piste où je ne cesse de venir. Laissons Nastia, qui fut le visage et le sein penchés sur moi le jour, la nuit, sans cesse. Elle m'a donné une Russie profonde dont je ne sais rien aujourd'hui, mais qui survit peut-être dans mes actes de Française - comme la terre ancienne dans le pain quotidien.

 

(Dominique Arban, Le passé défini, Paris, Morgan, 1964, p. 86)

 

E’ all’IMEC che mi ha trovata, Dominique Arban (Mosca 1903- Parigi 1991).

Vero nome: Natasha Huttner. Nazionalità: russa. Origini: ebraiche. I primi indizi, che ho seguito fino alla