venerdì, 29 febbraio 2008

 

Santa Vergine, la neve in Russia è fatta di merda (ripetere dieci volte coi polpastrelli sui grani del rosario). Io ho fede, e sono certa che caschi dal cielo già così, impregnata di vomito di pomodoro e petali appassiti di tulipani rossi, bottiglie frantumate, guanti spaccati a metà, piscio di cane, mozziconi di sigarette, sangue di mestruo e di coltello, preservativi di sperma congelato, sputi di vodka inacidita e tutta la merda che gli animali e gli esseri umani hanno gentilmente depositato in autunno. Succede questo: che in Russia la neve viene fabbricata con gli avanzi della stagione precedente. Qualcuno la prende in blocco, tutta questa spazzatura, nelle notti di novembre, e la porta in cielo a purificarsi tra i canti degli angeli e dei serafini. Poi, quando è il momento, quando è la stagione della neve, allora vuol dire che è la stagione della merda, ed eccola che scende, scende a fiocchi fiocchetti fiotti proiettilini cadaverini, ma gli abitanti di qui pensano che sia neve candida, come la loro, e invece è candida merda, miracolata nelle altezze celesti. Il bianco è un dettaglio, non è che una maschera da quattro soldi per abbellire i bouquet floreali, accarezzare in curva i campanili, riempire le palle di vetro, gli schermi televisivi, i cervelli e i cuori che si accontentano di illusioni facili. E i canali trasportano merda, fino a quando la merda diventa ghiacchio e resta increspata nelle linee dure del silenzio. Quando la merda si scioglie, l'uomo va a pescare quello che gli serve e ci si fa un intero guardaroba. Nella merda ha trovato un abito da sposa, e sua figlia per il matrimonio era vestita di merda, vestita di neve, come certe madonne, e lui sembrava un cavaliere della luce innalzato alle glorie del firmamento. Io penso che in Russia lo sanno, che la loro è una neve di merda. E questa neve, mi dico, è una neve benedetta, non perché è stata in cielo tra i canti degli angeli e dei serafini, ma perché è riuscita a salirci, lassù. Quale merda in Occidente potrebbe aspirare a tanto? A farsi prendere così, di soppiatto, da alcuni spazzini pazzi che spazzano apposta a destra e a manca, che la selezionano con cura e solida follia e si dannano per trasportarla sulla sommità delle cime? A divenire neve, neve simbolo di innocenza, grazia e redenzione? La nostra anima non secerne merda tanto buona da essere trasformata in neve, questa è la verità. E questo è quanto ho da dire, oggi che sta venendo giù una neve qualunque, una neve vuota, immacolata, peggiore della finta neve, senza spirito di carne, di vino, d'umorismo, di disperazione. Mediocre come tutte le parole mediocri che escono dalle nostre bocche arse, incapaci di pregare “dacci oggi la nostra merda quotidiana”. E così sia, e così è e sarà - ma non dovrebbe essere - nei secoli dei secoli. Amen.

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giovedì, 31 gennaio 2008

Quando ti trovi esattamente dove vorresti essere, nel punto in cui si condensano i petali e i ricordi e il sangue e le epoche, non c'è più un altrove da desiderare, l'altrove è qui. E ti volti, muovi la testa per vedere quello che hai intorno e convincerti che ci sei. E' un concentrato di tutto a cui non puoi sfuggire, perché questo è l'obiettivo in cui abiti, il traguardo e il punto di partenza. Non è uno stato di ascesi, né la pace dei sensi, né la perfezione buddista dove non esistono le passioni.
E' uno stato di responsabilità, un perdersi e ritrovarsi nel giro di secondi millimetrici, un'imposizione delle mani, le tue, che è come una benedizione, una rassicurazione, una salvezza di caffè e architetture che hai sempre sognato. E' l'atmosfera per eccellenza che ti chiede felicità, forza, sensualità, sorriso.
Quando ti trovi esattamente dove vorresti essere, sei finito, e un altro viaggio si decide, da qui fino a qui, senza più fughe e alternative. Qui e adesso sono le uniche coordinate. A partire da qui per arrivare a qui, c'è un nuovo viaggio dell'anima ormai purgata dai voli e dalle borse da disfare e rifare – ci sarà ancora il tempo -, dove gli abissi e le vette e il vuoto in mezzo - l'angoscia - hanno un carattere diverso da prima. Segui i movimenti delle braccia, delle gambe, e l'anima cammina e si ferma con loro.
Sei finalmente libera/o.

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categoria:04 scritti sulla schiena
venerdì, 14 dicembre 2007
Sasha9_fevrier07
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venerdì, 30 novembre 2007
Mi sveglio. Qualcosa si muove sul viso. Una trasparenza intrecciata. Mi guardo allo specchio. Cambio espressione in un batter d'occhio, ma quello che è sullo sfondo, il pre-viso, non cambia. Solo un velo sottile che si sposta lasciando visibile il calco di me. E leggo la frase di lui: Verbalizzare la sofferenza è come fotografare l'agonia delle stelle.
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domenica, 14 ottobre 2007
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categoria:05 la schiena di saša
domenica, 30 settembre 2007
Torno, ma in altri luoghi. Sì, più di uno. Vi terrò al corrente.
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categoria:06 rufrita/brividi sulla schiena
lunedì, 30 luglio 2007

Nuovi progetti in cantiere, avanzamenti lenti e decisivi, cambiamenti turbinosi in un brillante. 
E il mio romanzo-caleidoscopio.

A settembre torno dal posto delle fragole.

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categoria:06 rufrita/brividi sulla schiena
giovedì, 31 maggio 2007

Eppure la stanza trepidava davvero, e il guizzante carosello di ombre sulla parete quando la lampada viene portata via, oppure l’ombra a forma di cammello che sul soffitto solleva le sue gobbe mostruose quando la njanja lotta con l’ingombrante e instabile paravento di vimini (…), sono questi i miei primissimi ricordi, quelli più vicini all’originale. Con il pensiero avido di conoscere rivado spesso a questo originale – a questo nulla alla rovescia; la nebulosa condizione del neonato mi appare ogni volta come una lenta convalescenza dopo una terribile malattia, come il progressivo allontanamento da quel primigenio nonessere a cui di nuovo mi avvicino quando tendo la memoria fino all’estremo limite per assaporare un po’ del buio iniziale e approfittare delle sue lezioni prima d’inoltrarmi nel buio che verrà; ma quando capovolgo la mia vita in modo che la nascita diventi morte, in fondo a quest’agonia alla rovescia non riesco a scorgere nulla di equivalente allo sconfinato terrore che, dicono, anche un centenario prova di fronte alla morte naturale, - nulla, tranne forse le ombre a cui ho accennato prima (…)

 

(V. Nabokov, Il dono)

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categoria:06 rufrita/brividi sulla schiena
mercoledì, 18 aprile 2007

Ieri mio padre mi ha detto al telefono, ironico: “Niente da fare, carte su carte, sepolte da trent’anni. Niente di mio, niente di suo, solo tue, tue tue. Di tutto. Foglietti strappati, piccole pietre e fazzoletti ricoperti di parole, quadernini. Ma cosa facevi quando eri piccola? Parlavi? O scrivevi soltanto?”

 

Tycho (maggio 2003)

  

Scrivevo da piccola

linee spezzate sulle gambe

a formare figure geometriche mai viste

lettere deformi che solo io conoscevo

Dall’alto delle cosce fino alla punta dei piedi

mi attorcigliavo sul mio piccolo corpo

e la pelle delle braccia e delle dita

si accoccolava sul resto della pelle

come quando fai ginnastica

e tenti di far coincidere il torace con le ginocchia

Come quando sei nell’utero materno

e non sai che quella felice posizione

sarà la tua condanna perenne

 

E il tramite era la penna

il cordone ombelicale che collegava gli arti del corpo

piccola punta affilata che affondava nella pelle

come un coltello

 

nei film vedevo gli aspiranti suicidi

tagliarsi le vene

io mi ferivo

inventandomi storie

sempre più lunghe

sempre più dolorose

perché la pelle sanguinasse

della mia fantasia e non della stupida realtà

 

scrivere

era voglia di rendere immortali

le piccole parole segrete di tre anni di vita

- brandelli accartocciati, figure oscene, mostri contorti -

era voglia di morire in esse

e non avere più confini

di pelle e alfabeti e significati

 

Non facevo mai in tempo

a far uscire il sangue

Mamma chiamava dall’altra stanza

e io restavo di schiena

per nascondermi

lei urlava contro quelle linee

e mi toglieva dalle mani

il mio strumento potente

 

Così restavo

in piedi accanto alla vasca da bagno

mentre il sapone purificatore di mia madre

lasciava intatti gli inizi delle ferite

 

favole non ancora abbastanza profonde

per espellere un rigurgito necessario e violento

 

Lei le lavava col sapone

ma i segni non venivano via prima di qualche giorno

 

Mamma, perché non mi hai lasciato fare?

Non erano, quelli, segni di gioco

ma tracce di un’esplosione

che tu appassivi

in nome della salute e della virtù

 

Eppure di notte

quegli inizi di ferite e racconti

non si accontentavano del buio

E continuavo a sentire

un ticchiettìo della penna

su tutto il corpo

un prurito intollerabile

 

fino a quando il giorno dopo

ricominciavo daccapo

Ma erano solo inizi e non

piccoli libri compiuti

 

e l’arma con cui scrivevo

non era così veloce

da terminare il suo dovere

prima delle urla di una madre troppo attenta

 

Adesso sono qui

davanti a questo mio corpo quasi bianco

dentro questo corpo quasi bianco

che reclama la stessa posizione di allora

 

il bianco è una pagina vuota

mi urla di riempirlo di liquidi intersecati

la pelle sotto il bianco chiede ancora

una punta di penna decisa

 

stavolta davvero

una storia

tante storie

che gridino lo stesso dolore

la stessa desquamazione

 

la stessa immaginazione

 

chiusa in sé stessa come un herpes

in lenta ebollizione

 

Le macchie delle braccia

adesso coincidono

con quelle delle gambe

e la penna si avvicina ai contorni

come i polpastrelli di Simone a settembre

 

La storia – lo so –

nascerà dal mio scrivere su queste macchie

ferite senza sangue

macerie mute trattenute

 

la storia

nascerà da questo bianco

e mamma

- no -

non farà più in tempo

a fermarla

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categoria:04 scritti sulla schiena
sabato, 07 aprile 2007

(ascoltando e guardando la versione acustica di While my guitar gently weeps, una delle prime canzoni che ho amato. Grazie S.)

 

- Da oggi mi trovate anche sul blog  Sorelle d’Italia, qui. Un'iniziativa giovane e forte.

 

- Vi segnalo inoltre il mio ultimo articolo pubblicato su Wuzsulla Fiera Expolangues che si è tenuta a Parigi, e in cui la Russia è stata "ospite d'onore".

 

- Ultime notizie da Mosca riportate anche su Sorelle d’Italia:

Le azioni di protesta degli studenti moscoviti, nonostante le intimidazioni, continuano.
Il primo aprile - ironia della sorte - una cinquantina di persone hanno manifestato pacificamente all'ingresso della facoltà, in occasione della giornata "a porte aperte" destinata ai futuri studenti e ai genitori, ma sono state bloccate da studenti del primo anno "reclutati" dal preside.
I
l 3 aprile hanno avuto luogo due conferenze stampa: nella prima, indetta dall'amministrazione della facoltà, il preside ha affermato che "va tutto bene" e le domande rivolte dal gruppo OD sono state sistematicamente ignorate. Nella seconda, organizzata dall'agenzia RIA Novosti, insegnanti e sociologi hanno ribadito il loro appoggio agli studenti, hanno messo in discussione la competenza scientifica del preside e ne hanno chiesto le dimissioni. E' stato proposto inoltre di creare una commissione interdisciplinare per valutare la qualità dell’insegnamento presso la facoltà, e il rettore dell'università ha invitato a risolvere i problemi pratici quanto prima.

E' una fase delicata, questa. Ora è indispensabile che il gruppo si allarghi, e tanto. Che gli studenti reticenti o impauriti prendano posizione. Per andare al di là della repressione e delle strumentalizzazioni.

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