Ieri mio padre mi ha detto al telefono, ironico: “Niente da fare, carte su carte, sepolte da trent’anni. Niente di mio, niente di suo, solo tue, tue tue. Di tutto. Foglietti strappati, piccole pietre e fazzoletti ricoperti di parole, quadernini. Ma cosa facevi quando eri piccola? Parlavi? O scrivevi soltanto?”
Tycho (maggio 2003)
Scrivevo da piccola
linee spezzate sulle gambe
a formare figure geometriche mai viste
lettere deformi che solo io conoscevo
Dall’alto delle cosce fino alla punta dei piedi
mi attorcigliavo sul mio piccolo corpo
e la pelle delle braccia e delle dita
si accoccolava sul resto della pelle
come quando fai ginnastica
e tenti di far coincidere il torace con le ginocchia
Come quando sei nell’utero materno
e non sai che quella felice posizione
sarà la tua condanna perenne
E il tramite era la penna
il cordone ombelicale che collegava gli arti del corpo
piccola punta affilata che affondava nella pelle
come un coltello
nei film vedevo gli aspiranti suicidi
tagliarsi le vene
io mi ferivo
inventandomi storie
sempre più lunghe
sempre più dolorose
perché la pelle sanguinasse
della mia fantasia e non della stupida realtà
scrivere
era voglia di rendere immortali
le piccole parole segrete di tre anni di vita
- brandelli accartocciati, figure oscene, mostri contorti -
era voglia di morire in esse
e non avere più confini
di pelle e alfabeti e significati
Non facevo mai in tempo
a far uscire il sangue
Mamma chiamava dall’altra stanza
e io restavo di schiena
per nascondermi
lei urlava contro quelle linee
e mi toglieva dalle mani
il mio strumento potente
Così restavo
in piedi accanto alla vasca da bagno
mentre il sapone purificatore di mia madre
lasciava intatti gli inizi delle ferite
favole non ancora abbastanza profonde
per espellere un rigurgito necessario e violento
Lei le lavava col sapone
ma i segni non venivano via prima di qualche giorno
Mamma, perché non mi hai lasciato fare?
Non erano, quelli, segni di gioco
ma tracce di un’esplosione
che tu appassivi
in nome della salute e della virtù
Eppure di notte
quegli inizi di ferite e racconti
non si accontentavano del buio
E continuavo a sentire
un ticchiettìo della penna
su tutto il corpo
un prurito intollerabile
fino a quando il giorno dopo
ricominciavo daccapo
Ma erano solo inizi e non
piccoli libri compiuti
e l’arma con cui scrivevo
non era così veloce
da terminare il suo dovere
prima delle urla di una madre troppo attenta
Adesso sono qui
davanti a questo mio corpo quasi bianco
dentro questo corpo quasi bianco
che reclama la stessa posizione di allora
il bianco è una pagina vuota
mi urla di riempirlo di liquidi intersecati
la pelle sotto il bianco chiede ancora
una punta di penna decisa
stavolta davvero
una storia
tante storie
che gridino lo stesso dolore
la stessa desquamazione
la stessa immaginazione
chiusa in sé stessa come un herpes
in lenta ebollizione
Le macchie delle braccia
adesso coincidono
con quelle delle gambe
e la penna si avvicina ai contorni
come i polpastrelli di Simone a settembre
La storia – lo so –
nascerà dal mio scrivere su queste macchie
ferite senza sangue
macerie mute trattenute
la storia
nascerà da questo bianco
e mamma
- no -
non farà più in tempo
a fermarla

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