mercoledì, 18 aprile 2007

Ieri mio padre mi ha detto al telefono, ironico: “Niente da fare, carte su carte, sepolte da trent’anni. Niente di mio, niente di suo, solo tue, tue tue. Di tutto. Foglietti strappati, piccole pietre e fazzoletti ricoperti di parole, quadernini. Ma cosa facevi quando eri piccola? Parlavi? O scrivevi soltanto?”

 

Tycho (maggio 2003)

  

Scrivevo da piccola

linee spezzate sulle gambe

a formare figure geometriche mai viste

lettere deformi che solo io conoscevo

Dall’alto delle cosce fino alla punta dei piedi

mi attorcigliavo sul mio piccolo corpo

e la pelle delle braccia e delle dita

si accoccolava sul resto della pelle

come quando fai ginnastica

e tenti di far coincidere il torace con le ginocchia

Come quando sei nell’utero materno

e non sai che quella felice posizione

sarà la tua condanna perenne

 

E il tramite era la penna

il cordone ombelicale che collegava gli arti del corpo

piccola punta affilata che affondava nella pelle

come un coltello

 

nei film vedevo gli aspiranti suicidi

tagliarsi le vene

io mi ferivo

inventandomi storie

sempre più lunghe

sempre più dolorose

perché la pelle sanguinasse

della mia fantasia e non della stupida realtà

 

scrivere

era voglia di rendere immortali

le piccole parole segrete di tre anni di vita

- brandelli accartocciati, figure oscene, mostri contorti -

era voglia di morire in esse

e non avere più confini

di pelle e alfabeti e significati

 

Non facevo mai in tempo

a far uscire il sangue

Mamma chiamava dall’altra stanza

e io restavo di schiena

per nascondermi

lei urlava contro quelle linee

e mi toglieva dalle mani

il mio strumento potente

 

Così restavo

in piedi accanto alla vasca da bagno

mentre il sapone purificatore di mia madre

lasciava intatti gli inizi delle ferite

 

favole non ancora abbastanza profonde

per espellere un rigurgito necessario e violento

 

Lei le lavava col sapone

ma i segni non venivano via prima di qualche giorno

 

Mamma, perché non mi hai lasciato fare?

Non erano, quelli, segni di gioco

ma tracce di un’esplosione

che tu appassivi

in nome della salute e della virtù

 

Eppure di notte

quegli inizi di ferite e racconti

non si accontentavano del buio

E continuavo a sentire

un ticchiettìo della penna

su tutto il corpo

un prurito intollerabile

 

fino a quando il giorno dopo

ricominciavo daccapo

Ma erano solo inizi e non

piccoli libri compiuti

 

e l’arma con cui scrivevo

non era così veloce

da terminare il suo dovere

prima delle urla di una madre troppo attenta

 

Adesso sono qui

davanti a questo mio corpo quasi bianco

dentro questo corpo quasi bianco

che reclama la stessa posizione di allora

 

il bianco è una pagina vuota

mi urla di riempirlo di liquidi intersecati

la pelle sotto il bianco chiede ancora

una punta di penna decisa

 

stavolta davvero

una storia

tante storie

che gridino lo stesso dolore

la stessa desquamazione

 

la stessa immaginazione

 

chiusa in sé stessa come un herpes

in lenta ebollizione

 

Le macchie delle braccia

adesso coincidono

con quelle delle gambe

e la penna si avvicina ai contorni

come i polpastrelli di Simone a settembre

 

La storia – lo so –

nascerà dal mio scrivere su queste macchie

ferite senza sangue

macerie mute trattenute

 

la storia

nascerà da questo bianco

e mamma

- no -

non farà più in tempo

a fermarla

postato da: Barhatnaya alle ore 12:42 | Permalink | commenti
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categoria:04 scritti sulla schiena