martedì, 05 dicembre 2006

- Qui, dopo il prologo, il primo estratto del romanzo sfasciato nel cassetto -

Sento che sono quasi arrivata. E’ il momento della memoria scritta dello sfascio.

 

Gérard d’Houville-Marie de Régnier ha scritto questo racconto nel 1913: la piccola protagonista Merced, che si sta affacciando alla vita e ai primi tremori, racconta la storia della sua amica più grande Amalia, libera e indipendente, che si è affrancata dalla schiavitù dell’amore. Amalia vive nella sierra creola, in una casetta profumata che le ha regalato il nonno, un luogo segreto che ha chiamato in francese Charmant rendez-vous. E proprio questa dimora, la stanza tutta per sé di woolfiana memoria, diventa lo scenario di un appuntamento fatale, non ravvicinato, con il suo amore di un tempo.

L’appuntamento Amalia non l’ha mai fissato. Ma, ad un ballo, la piccola Merced è stata convinta dal bramoso cavaliere – il cui nome è Fernando – a farlo entrare in casa per parlare con Amalia.

Quando le due donne tornano dal ballo, Merced si pente, ma ormai è troppo tardi: Fernando sta per arrivare, e Amalia si arrabbia con la piccola e la esorta a non innamorarsi mai. La manda a letto a leggere la storia di Jacopone da Todi, che di solito leggono insieme.

Merced la prega di andargli incontro, e le chiede cosa Fernando le abbia fatto di tanto orribile. E lei risponde: “Niente… l’ho amato”.

 

Ecco, ecco il dialogo.

Sto per vomitare. La schiena si inarca e colpisce un’onda di malessere.

Ma devo riscriverlo. Devo scrivere. E’ arrivato lo sfascio. Eccolo.

 

Fernando è fuori, tu non lo fai entrare, ma comincia a parlargli.

 

La lamina della lampadina fulminata è una radice di cattiveria che si insinua come un stetoscopio. Che respiro senti? Forse una pausa tratteggiata di piccoli conati – nulla a che vedere con il training autogeno, lo yoga e il massaggio ayurvedico. Sto affondando e la radice cattiva è l’unica ancora cui aggrapparmi. È necessario che io mi faccia piccola piccola, allora. Ecco, l’ho raggiunta. No, non-amore mio, non svitare ora, non ora, la lampadina. Mi va bene anche il buio. Purché ci sia buio.

Per dare inizio allo spettacolo.

 

- Non volevo rivederti, Fernando… A che scopo? Perché darci l’un l’altro un’inutile sofferenza? Ci eravamo detti addio. Perché dircelo ancora?

- Perché io non l’ho mai accettato, Amalia, e non l’accetterò mai… Ah, quanto ci siamo amati! Hai forse dimenticato quelle notti? Nessuna donna e nessun uomo si sono mai dati più liberamente, più ardentemente, più magnificamente l’uno all’altro…

 

Mi hai regalato una bugia, fin dalla prima volta. Una bugia telefonica che scavava come i fili elettrici del giudice di Film rosso.

 

- Non ho dimenticato nulla, Fernando… d è per questo, per questo ricordo che stasera io sono murata qui come in un sepolcro. Ho buttato via le chiavi della cisterna per non cedere alla tentazione di aprirti ancora una volta.

… - Confessa… Preferisco saperlo. Chi è?… Sii sincera. Io mi allontanerò, rinuncerò, non ti disturberò più…

 

La tua voce un archetipo vivente, di un incantatore a pagamento, e con l’accento toscano, per giunta. La tua voce – carattere, spinta, storia -, l’unica ad arrivare prima del suono, come la mia, prima, prima dell’amore. La tua voce con lo sguardo diritto e netto, non come quello dei tuoi occhi strabici. Un vivente diverso da tutti gli altri.

 

- Nessuno, credimi… Taci. Anch’io soffro tanto, tanto, per questo passato del mio corpo e della mia anima… Sì, sì; sei un ladro, Fernando; mi avevi rubato a me stessa; nel tuo cuore cercavo il mio, nel tuo amore cercavo la mia anima, nella tua voluttà cercavo la mia gioia. Mi avevi preso tutto, Fernando. Alla fine, alla fine… non trovavo più me stessa.

- Non ti capisco.

 

Mi dici che la tua mamma è morta, e che un bambino straniero oggi a scuola è riuscito a farsi capire e i suoi compagni di classe gli hanno battuto le mani. E la tua mamma non diceva buonanotte, ma felicenotte. Felicenotte, a domani.

 

- Tu assorbivi tutte le mie energie vitali, e io non ero più nulla, e siccome non ero più nulla non potevo neanche più amarti… Esistevo solo grazie a te, o tenebroso incantatore, e per gemere: … Perché sono diventata un’ombra? Chi mi renderà lo splendore? La pace, l’innocenza, la felicità, per queste cose ero fatta. E l’amore era una tale tortura, che credo di averti detestato… Credo proprio di odiarti.

 

La tua mamma era scozzese e io mi immagino un bel castello in stile. Sei partito per la Scozia, il nonno è morto – che grand’uomo, questo nonno scozzese! – e mi chiami da una biblioteca bevendo un bicchiere di brandy alle nove di mattina.

 

- Amalia, e lo chiami odio? Ricorda quand’eri fra le mie braccia…

- Me ne ricordo, te l’ho detto… Ma la tranquillità dello spirito, la calma immaginazione, la serenità dei sentimenti, dove sono? Non stare sempre chino sul mio corpo, Fernando. Leva gli occhi verso la mia anima. Ha tanto sofferto. Sì, tanto quanto una notte trapunta di stelle.

 

“Sei come le donne di qui, allegre, fervide e puttane”. Io sento il vento sulle ossa e vedo una falesia che mi sorride austera. E tu sei lì, sulla falesia, a guardare il mare e il telefono rimasto a casa.

- Amalia, parlami di noi… e non dirmi che mi odi.

- Ti odio, sì; come si può odiare chi ti ha spogliato di tutto, chi ti ha preso ogni cosa, rubato ogni cosa, involato ogni cosa. E che ne sapevo io, ingenua com’ero, di ciò che significa questa espressione: darsi?… Non sapevo che significasse: ‘E’ non aver più nulla, non vivere più, vagare come uno spettro in fondo al limbo, e le ore radiose pagarle con la cenere e le tenebre.’… Capivo forse il senso della parola solitudine, prima che ti amassi?

 

Ma una sera telefono a casa tua, e qualcuno alza la cornetta. Dalla Scozia, il giorno dopo, mi dici che un’amante ferita da te e dalle tue chiavi era venuta a recuperare dei vestiti. E quindi la stronza ha ascoltato il messaggio osceno che ti ho lasciato in segreteria, piccola sorpresa per il tuo ritorno? Eri tu, invece. Mai stato in Scozia. Mai avuta una mamma scozzese, era una toscana purosangue. E dire che i lineamenti da scozzese ce li aveva, e tu li hai ripresi da lei. Eppure io continuo a vedere il castello dove bevevi un bicchiere di brandy alle nove di mattina.

Ed era solo l’inizio.

 

- E’ una tortura, Amalia. Dovevi venire con me…

- … No, giammai. Fra noi non ci poteva essere uno scambio alla pari. Eri tu il più forte; io ero la più debole. Ero la fonte, tu l’assetato. E mi avresti bevuto, insaziabile, fino all’ultimo sorso. Non volevo sparire in questo amore; non volevo morire, Fernando.

- Amalia, Amalia!

 

L’unico – sei stato - che abbia sovvertito tutte le mie leggi, perché rispondevi alla mia menzogna di non-viva con altrettanta menzogna incarnata alla perfezione nel tuo corpo. E non capivo più cosa dovessi imitare, perché quello che dicevi era lo specchio rovesciato della verità assoluta, dunque un’imitazione sublime.

 

- Ah, come sono stata sola, Fernando, in quel periodo. Ero abbandonata da ogni cosa: dalla mia intelligenza, dalla mia sensibilità, dai miei sogni, dall’amicizia, dalla tenerezza, dalla bellezza, da ogni cosa! La musica per me era muta… tutti chiusi i libri: sepolcri… In me c’eri solo tu, tu, tu che mi impedivi di vedere e di percepire e di udire, e che, sempre, le braccia stese per afferrarmi, ti ergevi tra la vita e me.

- Mi fai paura. Credo che tu sia diventata matta…

 

Tutto quello che dici è falso. E diventa un mondo da esplorare. Io, che vivo nella falsità di me stessa, che imito il mondo e non sono niente di autentico, assorbo il tuo cosmo bugiardo, quello che ti sei costruito per non morire, dice lo psichiatra, definendo il tuo “un disturbo della personalità di tipo istrionico”. Sei talmente fragile, che per avere la conferma della tua esistenza attiri l’attenzione in mille modi, attore seducente e provocante. “Drammatico, esageratamente emotivo, fa un uso pittoresco del linguaggio e ha un atteggiamento manipolatorio. La sua rabbia può essere esplosiva”, continua lo psichiatra elencadomi le caratteristiche di chi ha il tuo disturbo, il DIP, come lo chiama lui. Un commediante. Avresti potuto fare di meglio, avevi l’intelligenza necessaria per volare alto. Ma una ferita infantile ti ha costretto a mentire per sentirti vivo. La bugia che si riflette in un’altra bugia non è forse l’immagine della verità? Non ho scampo, solo scampoli di ipocrisia. E tu hai capito che con me puoi giocare, che posso accogliere più di chiunque altro le tue bugie, che per me sono tutte il segno della possibilità di sovvertire una propria idea, una propria scelta. E ho preso nelle mie mani questo universo parallelo per darmi una possibilità di vita nella non-vita. Altro che succube! Il tuo paradiso di bugie mi faceva percepire l’evidenza della verità, ed io ne avevo bisogno. Bisogno di smascherare quell’angolo che lasciavi incustodito, la tua richiesta d’aiuto per liberarti dalla menzogna involontaria, che ingannava te stesso. Diciamolo, a noi Pirandello ci ha fatto un baffo. Ma ad un certo punto ho dovuto discernere le tue bugie e farti cascare nella tua stessa trappola. Per restare viva nella mia non-vita.

 

- Ascolta, ascolta, e cerca di capire! Ah, se ho il coraggio di dirti queste cose, è perché sono al sicuro dentro casa, e tu non mi tapperai la bocca baciandomi, convincendomi con il piacere che l’amore è ciò che v’è di più bello… Sto qui, separata da te, e posso dirtelo: ti confesso che odio l’amore, e che non posso amare, se voglio vivere.

 

Perché tu sei la voce. Il tuo suono è la cosa più vera che riesca  a contenermi. La tua voce è l’unico amplificatore in grado di registrarmi e di farmi udire la mia. Mi sento nella giusta tonalità. E la tua voce parla di cose troppo lontane per non essere amate, di luoghi troppo sterminati per non essere visitati. Sapendo che menti.

 

- Stai delirando, Amalia, dici cose insensate… E’ chiaro solo questo: che sei mia, al punto di esserne spaventata. Ma io non rinuncerò a te. Non vivrò senza di te. Possa tu morire, Amalia, ma devi essere mia: tu mi appartieni, sei carne mia, sei anima mia… Accetta la tua sorte.

 

Pifferaio magico non certo da tappeto orientale bensì da stabilimento di seconda mano – ma con il campo di beach volley, investigatore segreto sodomizzato e torturato – ecco perché quella lunga cicatrice sulla schiena, lettore di tarocchi, proprietario di un casale di pietra “hhe neanhhe te lo ‘mmasgini”, figlio illegittimo, bastardo, ché se la mamma era scozzese il padre non era il tuo vero padre, e in un certo periodo questo sedicente padre era pure morto e hai concepito due gemelle con una nordeuropea ma non ti ricordi il nome e hai scritto da solo il tuo contratto di lavoro per un lavoro che solo tu conosci e ti sei steso per terra fingendo di essere morto, creando un altare di persone impietosite per assaporare il tuo funerale in diretta

 

e avevi visto il mio ritratto in un paese della Francia del Sud – Aigues Mortes –, e poi durante una seduta spiritica avevi rivisto quell’immagine ed io mi chiamavo Evelyn Fournier e avevo vissuto ai tempi della Rivoluzione e mi innamoravo di un rivoluzionario che ti assomigliava e non esisteva nessun ritratto nessuna Evelyn Founier ma tu mi stavi dando una meravigliosa identità a cui aggrapparmi

 

e costruisci costruisci costruisci impalcature pesanti, più aggrovigliate di quelle che circondano il palazzo

 

e quando hai paura che io non possa perdonarti, arriva magnifico il colpo di scena, tanto più magistrale quanto più disperato - tentativo disperato di farti ancora amare da me -

 

come quando raccontavi gli incidenti più atroci che avrebbero annientato la mia frusta

 

Ma amavo le bugie più raffinate, non quelle volgari pronte per l’uso

 

- Mai, Fernando, mai! Pensa: da quella morte ardente sono tornata alla vita felice, alla vita di dolcezza. Dio ha concesso il miracolo. Sono di nuovo io, e di nuovo mia…

- No, Amalia, di nuovo fatta per me…

 

Tu Alessandro Magno

Tu Murat

Tu Chagall strabico

 

E i tuoi occhi storti impedivano un qualunque incrocio, dato che il mio sguardo era l’apice dell’ambiguità e il tuo non si sapeva dove andasse a parare

 

Ci incontravamo forse nella sottile striscia di un anfratto obliquo, due specchi bui capaci di scopare per giorni di fila

 

Poi la bugia ha portato con sé l’inferno, non gli inferi di Proserpina ma l’abisso che scartavetra

 

Perché volevi allontanare la menzogna con un pugno e quattro litri di vino

 

- Per te? Ah, povero amante; com’è bello vivere e mantenere per sé, in sé, ogni segreto della propria vita profonda. Com’è bello, tutto quanto! Amo di nuovo la splendida mattina e la notte ancor più divina, e ogni profumo della terra… Non sono più un sepolcro dove l’amore sprofonda; sono un suolo rinnovato, di dove sorgono le possenti fioriture. Sta’ lontano da me, Fernando, io voglio vivere…

 

no, se ha messo la bottiglia nell’armadio era per annaffiare le piante sul terrazzo, ma allora la bottiglia dell’aceto, che non era quella dell’aceto, dov’è andata a finire? E’ mai esistita, una bottiglia dell’aceto, o era quella del vino usato per lo stracotto della cena di sabato? Questo era il primo o il secondo bicchiere? No, è un centimetro più in basso, quella merda di un vino, l’ha bevuto ora o dopo? Oddio, non mi ricordo, non mi ricordo, mi sono distratta guardando il telegiornale. Il bicchiere guarda senza pietà e io dopo un po’ non reggo a tanta severità. Abbasso gli occhi ed è già pieno, e un attimo dopo semipieno, e un attimo dopo ancora è già vuoto? No, non ha potuto fare tutto questo in un minuto, me ne sarei accorta, cazzo, è il bicchiere di prima, ma sì, è il bicchiere di prima che è appena finito. E chi ha le chiavi della casa accanto, ché sono finite tutte le bottiglie di superalcolici dei miei? Ma sì, forse qualcuno è entrato, forse il portiere, o forse mamma e papà le hanno bevute prima di partire, io sto sbagliando, sto perdendo la concentrazione, e mamma mi dice che quando mai abbiamo bevuto, ultimamente? Del resto erano piene il diciotto agosto, me lo ricordo, e allora deve essere davvero che qui entra qualcuno, o che la donna delle pulizie è venuta qui e si è scolata tutto in un’altra bottiglia e se l’è portata via. Ma quando la sera mi guarda in quel modo, che se lo guardo o sbaglio un tono di voce mi prende a calci, quanti ne avrà bevuti? Potrei chiederlo al barista ma mi vergogno, e sì che costano pure cari. No, non è vero, non mi ha rubato i soldi, dev’essere il bancomat che sbaglia, danno tante di quelle fregature in banca, e l’ha detto che mi voleva fare un regalo, di che mi lamento?, sì, ma allora quel profumo esclusivo che non si trovava da nessuna parte a Roma e il giorno dopo la profumeria qui sotto ne aveva il negozio pieno? Ma è un piccolo stratagemma per farmi una sorpresa nella sorpresa, certo. Quanto avevo nel portafoglio? No, il cellulare non sono stata io a perderlo, te lo giuro! Ma no che non può averlo rubato lui, sono io la solita rimbecillita, e anche i soldi non devo averli contati bene, e mi vergogno quasi a mettere il portafogli sul comodino, prima di andare a dormire. E la bolletta non pagata, ma sì, la ricevuta è in un vecchio Topolino di Firenze, non succede a tutti di scordarsi le cose? A me sempre, e il telecomando del videoregistratore, mi chiede, chi può averlo messo nello scatolone sopra l’armadio?, no, in effetti è una pazzia, l’hai nascosto tu per farmi impazzire, e tu no, ma è sempre colpa della donna delle pulizie che nasconde le cose e non bisogna fidarsi e i miei sono dei poveracci ingenui che non hanno mai capito di che pasta è fatta, ma in fondo deve aver ragione, dopo tanti anni uno si abitua e gli vengono gli occhi di prosciutto, e datemi qualcosa per misurare la quantità delle bottiglie, un metro del cazzo, perché le vedo abbassarsi di troppo e subito dopo sono di nuovo piene, Quante ne hai comprate? Ma forse non ha ancora bevuto, stasera, e quella bottiglia, porco mondo, è sempre stata piena, madonna ciliegia, e tu sei una fissata e non ti fidi abbastanza, sei tu che stai perdendo colpi

Sto perdendo anni

E forze

E non-vita

E la dignità che misura il vino che oscilla maledetto nella bocca nel bicchiere nella bottiglia nella sua testa nel suo sangue nella mia testa nel mio sangue

Le vene battono

Escono come rami in agguato

E non c’è niente di meglio stasera che provare a strangolarmi – no, non fa tanto male, ti sembra solo di affondare per un attimo e sai e speri che non arriverà fino in fondo e lo guardi con occhi più certi per rimproverarlo non per farlo sentir in colpa, perché gli occhi da cane bastonato gli fanno perdere la testa, è un attimo che non sai quanto dura e non so quanto sia durato effettivamente, forse lo stesso tempo che ci impiega per svuotare una bottiglia di vino, che poi non è vero che è così, sei tu che sei una malfidata, no, non mi strangola, mi lascia e riesco a scappare, ma lui mi lancia addosso il portariviste, merda, proprio il portariviste in legno che mi piaceva tanto e il portariviste rotto è più importante di me adesso, per fortuna che non mi ha centrato in pieno l’occhio, solo di sguiscio, e io faccio in tempo a scappare

Come sempre

A scappare

E a tornare due ore dopo, quando la sbronza è passata e sta dormendo e sento quell’alito dolceamaro consumato dal sonno e in punta di piedi con le gambe che quasi non si muovono più

E un’altra notte è passata

E il lavoro mi aspetta

Le gambe non le sento più

Sono tutta intorpidita

Ma devo andare

Alzati e cammina, dice qualcuno da dietro

Mentre lui si apposta su Internet sulle bottiglie sul telefono predatore della mia casa

Ma che importa il lavoro mi aspetta

E le gambe tornano a muoversi

E il sorriso si fa strada come un taglio di siccità nel deserto

E recito così bene che sembra vero

Perché io sono vera solo con lui

E il vino che bevono gli altri non è poi così cattivo

E il vino della mensa scende più lentamente

Come una penultima goccia di pioggia

Come il suono dell’arpa di San Gimignano

E si ferma

Non va più su né giù

Ora ho la percezione del suo movimento e non può sfuggirmi

Mi inondo le gambe di piacere calmo

La palpebra si abbassa con ritmo costante e sereno

Per un attimo nel filo bianco dell’arancia del mio collega vedo un pizzico di meravigliosa banalità

Ma è un attimo di menzogna

 

Il mio posto è là - come dicevano i pooh

stasera si ricomincia daccapo

 

- Aprimi le tue braccia, io voglio amarti.

- Non ti amerò più. Mai più io premerò sulla mai bocca…”

Fernando cerca di raggiungerti, ma non ci riesce: la finestra è protetta, lui non può entrare, nonostante il suo urlo.

 

ma il sette marzo sera ho deciso di lasciarti

e di fronte alla mia inesistente sanità mentale che pure davanti a te diventava viva,

 

non hai potuto fare altro che piegarti

 

tu pirata, tu cuoco, tu artista, tu samurai che conosci le donne ma ne amerai sempre una sola

 

ti sei piegato

 

come il cucciolo abbandonato che chiede da mangiare

come l’ombrellone dopo l’estate

come la bugia più labirintica e geniale di fronte alla linea chiara del limite sulla strada

 

“Amalia, non ti darò tregua finché avrò respiro, e, lo sai, sono tenace e posso essere terribile… Tornerò domani, fra due giorni, fra tre, tornerò incessantemente, e so che una volta o l’altra tu mi aprirai… Ci riuscirò, Amalia, e sarà un mio diritto, perché è giusto, perché sei una cosa mia, destinata a me da sempre; e invano tu lotti e gridi. Stasera, mi hai gettato fra le braccia tutto il dolore. Lo porto con me, e presto, allo  stesso modo, totalmente, di nuovo cederai, e ti saprò custodire così bene che non potrai più fuggire via da me. Ti rapirò, tiu legherò, ti violenterò, se sarò costretto… Se sarò costretto, ti ucciderò, perché ti amo…

 

“Non possiamo stare lontani. Siamo fatti per stare insieme, tu sei il mio diavolo e io ti adoro. Devi tornare con me perché sei l’unica persona al mondo simile a me. Tu sei satana, ed io sono lucifero: e quello che dici tu è lo stesso per me, non ho mai vissuto niente di simile. Io sono diventato te, tu me. Senti che dice l’Hagakure: ‘Un guerriero corre, attende, piange, ride e si difende, ma solo una volta. Ciò gli è concesso.’ Per te potrei fare qualunque cosa. Voglio il tuo seno per sempre, voglio farti bestemmiare ogni orgasmo. Ti spacco in quattro. Dovrai piangere, ma la voglia di te è tanta. Sai bene cosa farò per farti pagare tutto quello che hai fatto. Voglio tornare con te, a tutti i costi. Sei un pezzo di bastarda, puttana, troia. Sai perché mi ferisci? Perché sei come me. Ti amo.”

 

Ma Amalia non risponde più. Ha chiuso con violenza la finestra. Tutto è silenzio…

 

Ma Federica non risponde più. Ha riattaccato con violenza il telefono.

Tutto è sconquasso.

 

Il giorno dopo, Merced ha un presentimento.

“Sul letto di lei, come aveva giurato, alla luce dei ceri e nel profumo delle tuberose, giaceva Fernando, morto, la gola squarciata dalla picca del menatore di buoi Isidoro Ascension.”

 

Amalia la guarda e le dice: “Ebbene sì. L’hanno ucciso. Non c’è più, costui che voleva rubarmi la mia vita per arricchirsi la sua. Avessero potuto uccidere con lui tutto l’amore, tutti gli errori e tutte le menzogne…”

 

Il cielo si divide in due, come la mia schiena, come la mia pancia. Le torri di Jumièges adesso volano per la tempesta, il cielo riassume in sé tutti i colori, le pietre si sollevano da terra e si muovono nell’aria creando coreografie ardite. Ora sono sola, ora sono io. Il vento mi sbatte sulle mura di recinzione, ed io giro, giro, giro, vengo sospinta nella parte interna della chiesa di Notre Dame, quella a rischio di caduta massi, la parte proibita, poi sulla torre sinistra che si piega e ridiscende

 

Tutti i climi del mondo in meno di un minuto ed ora è buio

 

E l’abbazia si illumina come quella sera

 

Parole giganti vi si posano sopra e scorrono sulle pietre

 

Sulle tante punte aguzze e irregolari degli archi tranciati

 

E l’arco del transetto diventa una bocca da cui escono parole in tutte le lingue, con suoni di ogni musica

 

Ed entro ed esco dal cunicolo pieno di batteri

È come un immenso utero che sta partorendo

 

E tutte le mie parole fuoriescono dal mio corpo

non più quelle degli altri, le mie

 

Si confondono con le pietre, volano in tutte le direzioni e a tutte le altezze

 

Violente agguerrite riposanti sensuali folgoranti

 

Parole sole di una me finalmente sola

 

finalmente unica

 

che nella scrittura – sì – sarà altro da sé

 

E le prendo e le fermo e le scrivo

 

ed ora ci riesco

 

a tracciare i miei segni

 

a selezionare le mie parole e a stenderle sul mio corpo

 

a nascere in questa vita che già chiede una risposta

 

la scelta di restare o morire

 

Qualche secondo più tardi.

 

“Dalle foreste salivano verso l’azzurro intensi profumi. Amalia respirava profondamente l’ora odorosa; tendeva le braccai verso la novella aurora che sembrava danzare sui monti, e i suoi occhi ormai liberi contemplavano il cielo e il mare.”

 

E il turbinio immenso - adesso

si placa in un che di umido

 

“Se volete sapere che n’è stato di Amalia… finita la giovinezza, si sposò con un uomo che l’amava e che conosceva la sua storia. Furono felici ed ebbero molti bambini… Io, io rimasi a lungo ferita dalla perdita delle mie due prime passioni… e non volli mai più rivedere Amalia. Non riuscii a perdonarmi la parte che il fato e la mia leggerezza mi avevano assegnata nel dramma. Soffrii molto, e molto crudelmente. Eppure, nonostante l’orrore di quel ricordo, di nuovo, ben presto, a mia volta, non pensai che ad amare.”

 

Hai voluto ammazzarlo, Marie, almeno nella tua scrittura, nel tuo polso che scrivendo lo accoltellava, lo colpiva, lo strangolava, lo fucilava guardandolo dritto negli occhi.

 

E dopo tutto questo, dopo la generazione delle mie parole, finalmente viva, l’ho chiamato. La causa dello sfascio. E gli ho letto tutto il racconto. Ho riattaccato. Ha tentato di richiamarmi una decina di volte in due giorni, ma non ho mai risposto.

 

Poi decido di comporre il numero. Per vendicarmi con le parole, come ha fatto Amalia-Marie.

 

Una conversazione al telefono durata dieci ore. L’ultima.

La voce, quella voce ammaliante che mi aveva attanagliata a sé per più di tre anni tornava a farsi sentire, ma io resistevo a quella sirena più per disperazione che per convinzione.

Gli dico:

- E’ come uno specchio che distrugge ciò che vede, in quella pagina c’è una profezia di devastazione da cui vorresti scappare, ma subito capisci che quella pagina, quelle parole, sei tu, è il tuo dentro. Il grado di finzione che hai prodotto è talmente alto da arrivare paradossalmente a tradurre le tue verità. Di fronte a una simile immagine non si può mentire.

- Federica non mente mai.

- E’ così che uccido.

- Io, invece, io vorrei uccidere chi ti fa del male.

- Tu mi hai fatto del male.

- Infatti mi sono ucciso.

- Sì, infatti.

- Quando parli così sei una piccola donna presuntuosa, non sei Federica.”

- Buonanotte, Luca.

- Aspetta.

- Che vuoi?

- Ho sognato Amalia stanotte

- Amalia.

- Sì, un sogno strano… mi trovavo in un albergo enorme, antico, vuoto… al posto dei numeri sulle stanze delle porte si trovavano dei nomi. Su una di queste c’era scritto Amalia.

- E poi?

- E poi la porta si apriva, e vedevo un volto di donna, molto bello, però aveva le sembianze di una bambola.”

- Continua.

- Si scorgevano appena le spalle e sotto non c’era più nulla. Il semibusto era sospeso nell’aria, e guardava in un punto non definito.

- Andiamo sul macabro.

- Non fare la spiritosa, fammi parlare. Dicevo, dopo averla vista lei alzava il braccio destro verso l’alto, e afferrava un filo di ferro sottile sottile. Cominciava a girare intorno al filo con il suo collo, come per indossare una collana, ma subito dopo mi accorgevo che girava su sé stessa e il filo la stringeva sempre di più, sempre di più…

- Si voleva ammazzare… evidentemente, dato che mi identifichi con Amalia, vorresti assistere al mio suicidio.

- Ma che dici, Federica? Te l’ho raccontato perché mi sono reso conto che da quando mi hai parlato di Amalia e Fernando non faccio altro che fare paragoni con la nostra storia. Quel dialogo, sul terrazzo. Lei che non vuole più parlargli, lui che la implora di farlo entrare urlandole tutto il suo amore…

- Però hai sognato che Amalia si stava strangolando.”

- Sono solo sogni, Fede.

- Tu hai tentato di strangolarmi.

- Lo so.”

- Sei l’unica che ha fatto innamorare il mio cazzo e arrapare il mio cuore.

- Sei patetico.

- Sono un grande, un grandissimo. E tu sei straordinaria, la migliore. Un’onda di carta in una tempesta di carne.

- Un tempo mi chiamavi "buodiulo".

- Stronza. Un tempo tu mi chiamavi "guerriero dei fiordalisi".

- Non sei un vero guerriero, anche se tiri sempre in ballo i samurai e l’hagakure.

- Sto lottando per te.

- Le tue sono solo frasi fatte. La tua parte è finita, è ora di chiudere il sipario. Non c’è più spazio per attori come te.

- Sei crudele.

- E’ la verità. Sei una mezza calzetta. Non hai mai saputo mentire fino in fondo. Lasciavi sempre un margine di dubbio, un elemento scoperto, una parte del puzzle che non quadrava, una microscopica possibilità di farti scoprire.

- Forse era quello che volevo.

- Eri, sei malato, e non hai voluto curarti.

- Ma tu non mi hai smascherato subito. Avresti potuto farlo, e senza ricorrere ad un investigatore. Con la tua intelligenza, la tua capacità di assemblare ogni cosa, di organizzare le informazioni.”

- Ti amavo, Luca. E non cercavo il confronto con la verità. Non avevo bisogno né voglia di giudici. Ero io a condurre la partita, volevo capire dove andava a finire.

- Alla fine hai vinto tu, Fede.

- Abbiamo perso entrambi, invece.

- Io non mi arrenderò mai, mai.

- Anche questo fa parte della tua sceneggiatura, ma non sei credibile.”

- Pensa quello che vuoi, io so cosa c’è dentro di me. Dio solo sa quanta gioia ho provato quando mi hai raccontato di Marie.

- Non parlare di Marie.

- Federica, tu non sei Marie, e io non sono Fernando.”

- Dici così perché ti sei ricordato che lei lo ammazza e se ne libera definitivamente.”

- Mi hai già ucciso.”

- Continui a recitare come un dilettante. Prima hai detto che sei stato tu a ucciderti perché mi avevi fatto del male.

Chi è che ha compiuto il delitto? Chi è il morto, fra noi due? La verità caro Luca, è che nessuno di noi due lo sa.

Per la prima volta dopo quasi due anni, dall’altra parte della cornetta non vi fu risposta.

Lui non riattaccò mai, credo, la comunicazione non si interruppe mai veramente.

Ma da allora non sentii più la sua voce.

postato da: Barhatnaya alle ore 01:59 | Permalink | commenti (3)
categoria:00 in principio era lo sfascio
martedì, 28 novembre 2006

Per scrivere lo sfascio sono passati alcuni anni. Anni di ricerche, ribellioni, rinnegamenti. Anni di ferite putride e sangue condensato in miti passati e futuri.

Lo sfascio non è un’apocalisse rapida, lo sfascio ti consuma a poco a poco, lo sfascio cola a picco ed è già troppo tardi per fermarlo.

E’ come la puntura di una tracina, un uncino alle undici di mattina in mezzo al mare. Non puoi fare niente una volta tornato a riva, niente, se non accogliere il suo veleno, fargli percorrere le vene e i muscoli fino a rendere il piede e la gamba un ammasso di carne deformata. Devi assorbirlo fino in fondo, sentirne tutto il male, e la sua potenza, e la tua impotenza. Non puoi scappare né lottare, solo restare immobile in attesa che faccia il suo corso, ti attraversi e ti oltrepassi, e spesso non riesci neanche a parlare, ed è meglio che non parli, perché se parli le punte acuminate del dolore diventano ancora più difficili da sopportare.

Al tramonto la gamba e il piede si sgonfiano, il dolore diminuisce, e resta una cicatrice che più tardi scompare. Ma la storpiatura di quel giorno la ricorderai a lungo, quando meno te l’aspetti, e a volte – senza ammetterlo – vorresti che ti abitasse ancora, per chissà quale assurdo mistero.

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domenica, 26 novembre 2006

Due mesi fa ho aperto questo blog e l'ho tenuto segreto. Prima di renderlo veramente pubblico volevo andare avanti, perfezionare le onde, seguire il ritmo, aggiustare il tiro, ritrovarmici, cogliere il centro. No, non va. Qualcosa mi obbliga a prendere una deviazione - forse lunga, come la schiena. A fare un'aggiunta provvidenziale. Non posso andare avanti se non tiro fuori questa verità atroce concepita nella bugia. Mi si impone questa scelta drammatica e liberatoria. Pubblicare in un post un estratto di quello che è il mio romanzo sfasciato nel cassetto, il mio scheletro preso a schiaffi nell'armadio. Tenuto nascosto - come il primo vitigno del blog - più a me stessa che ai miei cari, che tutto sapevano, mentre io mi vedevo raccontare da fuori. Per il solo fatto di non essere morta ammazzata mi sentivo cinicamente invincibile, convinta com'ero che non potesse esistere niente di peggio del già visto e sofferto, dell'essermi fatta vivere. Dopo cinque anni di funambolismi la narratrice urlante e la scrittrice afasica si ricongiungono, e ora mi divento visibile, consistente. Non so perché l'ho deciso in queste notti. O forse sì. Non so, non so quanto di questo sfascio mi sia ancora rimasto dentro, se ne sia uscita veramente, se sia in grado di rappresentarlo. Non c'è svelamento, solo un tentativo attorcigliato.

Avevo già scritto a questo proposito. Ma ho preferito che nessuno leggesse. E adesso, dopo il martellamento di tutto quello che è successo e continua a succedere, alle donne in particolare, non posso più oscurare il mio ex inferno. Non vorrei ripercorrere il passato, ma l'identità di scrittrice - l'unica che mi appartenga - mi impone di farlo. E' un dovere etico farmi portavoce di me stessa, anche se a leggermi fosse una sola persona che potrebbe, attraverso la mia storia maleodorante e fetida, evitare di cadere vittima di violenze domestiche - fatto accaduto a me a causa dell'alcolismo del mio ex marito e del suo disturbo della personalità -, di continuare a subirle, di condannarsi a spegnersi. E dopo aver cominciato questo dannato cammino a ritroso potrò continuare con gli altri progetti. Ecco perché oggi aggiungo la categoria zero, senza la quale, ne sono certa, le altre non potrebbero svilupparsi.

Non sono testimonianze lineari, queste. I miei dis-corsi fanno parte del multiromanzo di cui parlo in basso. Sono linee spezzate in contrappunto con altre scritture - qualcuno la chiama scrittura di esperienza -, frasi trovate per caso nei libri di chi è riuscito con l'arte a uscire dal buio, parole pronunciate da chi ho conosciuto anche per pochi secondi, azioni e sentimenti condivisi con altre/i sopravvissute/i e con il mio attuale sposo, che ha saputo ascoltare, scendere, scartavetrare.

Nel triangolo di paesi in cui vivo prolungo questa esperienza per capire dove si aggira la violenza ricevuta, incamerata e in parte restituita. Come la mia violenza accartocciata  si incontra con quella degli altri. Se resta imbottigliata o esplode, e dove esplode. E forse ogni sillaba distillerà una goccia di vino, un insulto, un pugno.

Questa decisione potrebbe implicare in futuro la realizzazione di un progetto vero e proprio: la creazione di uno spazio per accogliere le voci alte della sofferenza, in forma di semplici commenti,  lettere, fotografie, racconti, poesie e quant'altro, elementi impregnati di sudore sangue fatica gambechetremano affanni ripensamenti calci rassegnazione disistima disperazione paura paura paura - e penso al nu shu, la lingua segreta inventata secoli fa dalle donne cinesi, maltrattate ed emarginate. Ma questa lingua non deve restare sotterranea. Deve scambiarsi le frasi, rielaborarle e sovrapporle, per trovare il coraggio e la resistenza di esprimersi potentemente, in pagine senza etichette, spot, ideologie, pregiudizi.

Questa è - prima da tutto e da adesso - la casa di chi ha subito e subisce ancora violenza, per divenire il luogo e il tempo dove essa si arresta e forma un conato rivoluzionario. L'orrore è qui vicino, nelle case murate, tanto vicino che è inaccettabile sentirlo. Stendiamolo all'aria come un tappeto lercio e sbattiamolo. Facciamolo respirare.

postato da: Barhatnaya alle ore 01:38 | Permalink | commenti (3)
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