sabato, 03 febbraio 2007

Quando ho cominciato a vivere in Russia mi sono persa. Senza condizioni. Senza resa. Non mi vedevo più, arrivavano prima e ancor prima del prima sovrapposizioni di davanzali, bacilli, nervi, versi d’altrove, una lingua natale che non riuscivo quasi più a parlare e un’altra che si era appropriata di me a piccoli passi, sostituendosi allo stato di dormiveglia, talvolta ai sogni. Mi trovavo in una giostra che girava all’infinito, che mi impediva di scendere nel terreno del ragionamento. Volevo afferrare tutto, in fretta, con avidità. Dare un senso definito e definitivo a questo Paese, a questa scelta, a questo amore. Ma i veri viaggi, quelli che diventano il quotidiano, il ripetitivo dove cogliere l'essenza, non si fanno capire. Chiedono lentezza, pazienza, vuoto in cui collocarsi e prendere posto, forma, parola. E a poco a poco, senza accorgermene, il Magma di ferro ha succhiato in un calco la mia sagoma, la pelle, le anime di donne diverse che talvolta si incontrano in me, ed è divenuto la terza lingua che cercavo. La Deviazione per eccellenza. La linea che esce dal cerchio verso una nuova utopia, funambola.

 

La Russia è Saša B., Artem M., Olessia K., Stanislav G., Andreï L., Saša S., Arcadi D., Elena S., Dmitri K., Saša P., Miša G., Sonia L., Maria K. E' la perdita totale dell'orientamento, lo stupore-sconcerto che mi prende a schiaffi, la contraddizione enorme che mi porto dentro da quando non ero ancora nata e che ho riconosciuto, la mancanza di appigli del piede, che non va oltre la neve e non riesce a posarsi. E' la Storia e le Storie, di cui non sapevo nulla se non nei libri letti nell’adolescenza. E' una sensualità volatile, maldestra ma insaziabile, lo sguardo delle studentesse che disegnano la mappa nascosta della loro città, dei luoghi in cui vorrebbero portarmi. E’ la polizia che mi ferma con arroganza, che vuole essere pagata in cambio di tranquillità per continuare il giro turistico. E' un desiderio amaro, aggressivo, baro, che se seguissi non so dove mi porterebbe. E' la poesia letta nei caffè - all'inizio indecifrabile - che sfiora i palazzi, nelle varie luci e controluci, nell'illusione reale. E' il grado più alto di violenza, eclettismo, tormento, malinconia e  rabbia  che mi abita in profondità e gioca al rimbalzo, che credevo di aver perso, o almeno dimenticato. La Russia è pericolosa, di un pericolo a cui ti abitui e che quando ti allontani senti sciogliersi in nostalgia insostenibile. La Russia è putrefazione, alcol, fuoco, cenere da cui tutto ricomincia. Alla fine della ulitsa, in giugno, la Russia - ma poi solo alcuni angoli, vicoli, riflessi - siamo io e un'ombra, un abbraccio prolungato, affilato, pronto alla fine. La Russia non esiste, esistono le Russie, e le Russie sono parole scritte su lattine schiacciate, stivali luccicanti, androni maleodoranti, strattoni in metropolitana, fogli gettati in un canale alle due di mattina che faranno il giro di tutti i mari e ritorneranno a noi con altri alfabeti.

 

In Russia ho tra-s-critto volti, episodi, assenze, gesti, vagoni, miserie, case, scalinate e scale mobili,  foreste, versi. Un cumulo di quaderni, fotografie, file audio e video, giornali, libri. Tutto questo materiale si è raccolto da solo, nella mia vita di ogni giorno. Lì-qui non mi sono mai sentita una reporter. Semplicemente ero-sono lì-qui, perché la mia vita è diventata anche russa, che io lo voglia o no. Non c’è bisogno di spiegare qualcosa, se quel qualcosa lo sei già. Ma agli altri, a quelli che sono rimasti, devo dire, e mostrare. Tras-mettere alle mani, alle orecchie, agli occhi.

Per questo ho cominciato a scrivere un nuovo libro. Nuovi racconti, di cui pubblicherò sul blog alcuni brani.

E da dicembre collaboro con il portale Wuz. Ho ideato una sezione intitolata Note di vita e letteratura russa (ma non solo) tra Roma, San Pietroburgo e Parigi, dedicata alla letteratura russa in Italia e in Francia e ad altre iniziative e persone che riuniscono i tre Paesi. Traduzioni dal russo e in russo, presentazione di testi inediti, incontri con responsabili di case editrici, autori, organizzatori culturali (di Mosca, di San Pietroburgo, della provincia). In questo ultimo anno ho letto romanzi, saggi, riviste cartacee e on line, ma soprattutto ho conosciuto gli scrittori e i poeti che oggi vivono in Russia e fuori della Russia, alcuni dei quali mi sono divenuti cari. Analizzando i processi che costituiscono il "triangolo culturale" in cui mi distendo e comprimo, penso sia importante colmare un vuoto, e cercare di modificare la percezione occidentale, spesso stereotipata, di quello che arriva - se arriva - dalle tante e contraddittorie Russie.

 

Il primo articolo: La Biblioteca Gogol' e la mostra Mal di Russia Amor di Roma 

 

Da secoli esistono importanti legami tra la Russia, la Francia e l’Italia. Che eredità ci ha lasciato questo patrimonio letterario, artistico e architettonico? Quali sono oggi i rapporti tra i tre Paesi, i progetti di cooperazione, le influenze reciproche, gli elementi che accomunano e allontanano culture tanto diverse per alcuni aspetti e vicine – talvolta in modo inatteso - per altri? Questa iniziativa vuole essere un’occasione per far scoprire le numerose e stimolanti connessioni che ancora oggi esistono.
Ecco allora che partendo dall’attualità, da situazioni vissute “in tempo reale” in Russia, si può arrivare a parlare di letteratura, cinema, televisione, per disegnare una mappa delle sfaccettate situazioni culturali e sociali di un paese in continuo fermento. Per mettere in luce il gioco di specchi tra la Russia, l’Italia e la Francia, che è ancora vivace anche se più “sotterraneo” rispetto al passato. Per trovare nuove possibilità di scambio e arricchimento, anche con la collaborazione dei lettori di Wuz.

E ora, solo musica.

 

I have time but I can’t wait any longer

And I have night but there are no dreams

And I have white days

And white mountains and white ice

But all I really need

Is a few words and a space to step into.

 

Kino, Mesto Dlya Shaga Vperyod (A Space to Step Into), 1988

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venerdì, 02 febbraio 2007

Mais cette histoire n'est pas celle de mon enfance. Je suis partie à la recherche de ma vie de maintenant, et tente seulement de déceler mes premières traces sur une piste où je ne cesse de venir. Laissons Nastia, qui fut le visage et le sein penchés sur moi le jour, la nuit, sans cesse. Elle m'a donné une Russie profonde dont je ne sais rien aujourd'hui, mais qui survit peut-être dans mes actes de Française - comme la terre ancienne dans le pain quotidien.

 

(Dominique Arban, Le passé défini, Paris, Morgan, 1964, p. 86)

 

E’ all’IMEC che mi ha trovata, Dominique Arban (Mosca 1903- Parigi 1991).

Vero nome: Natasha Huttner. Nazionalità: russa. Origini: ebraiche. I primi indizi, che ho seguito fino alla Pushkinskij Dom di San Pietroburgo. Di lei ho parlato il 20 gennaio 2007, nel corso del seminario Génèse & autobiographie organizzato dall’ITEM a Parigi, all’Ecole Normale Supérieure. Di questa opportunità ringrazio Catherine Viollet e Claire Paulhan.

Le sue parole - dure e lievi di coscienza dolorosa - sono tornate a riflettersi nei rami spogli, oltre l’aula Paul Celan, e a spandersi come spighe impazienti.

Quanto ho detto due settimane fa diventerà un articolo, in francese e in italiano.

Qui lei per prima, che sarà presente nel mio prossimo romanzo, occuperà lo spazio dedicato alla scrittura dell’erranza e dell’esilio.

 
Résumé

Francesca di Mattia : Intertextualité entre écriture romanesque et écriture autobiographique chez Dominique Arban

L'exposé concerne Dominique Arban (née Natacha Huttner), écrivain, spécialiste de Dostoievski et critique littéraire née à Moscou en 1903 et venue à Paris avec ses parents en 1914.

L'objectif est de présenter un exemple inhabituel d'intertextualité, à travers l'analyse du roman Le passé défini (Morgan, 1964) et de l'autobiographie Je me retournerai souvent... (Flammarion, 1990): une confrontation entre écriture romanesque et écriture autobiographique. Une série de fragments, identiques et également présents dans les deux textes, s'insèrent dans un contexte différent, qui révèle un travail de déconstruction et de composition de l'auteur par rapport à soi-même et aux temps de son écriture.

On retracera la reprise dans le texte autobiographique des sujets-clés qui constituent une partie importante du roman publié presque trente ans auparavant: la frontière entre la langue russe et la langue française, la mémoire réécrite de l'enfance en Russie et de la nouvelle vie à Paris, la perception du passé et du présent dans les espaces extérieurs et intérieurs.

domenica, 10 dicembre 2006

Le connessioni si sono moltiplicate, ieri, in modo inaspettato. E vari livelli temporali ancora in me si rincorrono, si prevengono, si incastrano, si violentano, si annullano. Ma il tempo, lo so, brucia sé stesso,

come il fuoco di ieri notte
a Mosca (http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/esteri/mosca-rogo/mosca-rogo/mosca-rogo.html
in Siberia (
http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/esteri/mosca-rogo/incendio-siberia/incendio-siberia.html
)

e tanti altri fuochi sparsi, qualche ora dopo.

Prima di scriverne, ascolto.

- Nell'Apocalisse l'angelo giura che il tempo non esisterà più.
- E' molto giusto, preciso, esatto. Quando tutto l'uomo raggiungerà la felicità, il tempo non esisterà più, perché non ce ne sarà più bisogno. E' un'idea giustissima.
- Dove lo nasconderanno?
- Non lo nasconderanno in nessun posto. Il tempo non è un oggetto, è un'idea.
Si spegnerà nella mente.

(Fëdor Dostoevskij, I demoni)

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giovedì, 02 novembre 2006

Eleonora era stata partorita in una biblioteca, e da lì non uscì per parecchi anni.

La madre, un’appassionata di libri, aveva deciso di dare alla luce sua figlia in una biblioteca abbandonata, in un paese di montagna a ridosso dei Pirenei. Era convinta che quella nuova esistenza avrebbe ridato vita ai libri ormai consumati, non più letti. Eleonora, odorandoli, gli avrebbe restituito il loro vero profumo, e toccando la carta delle varie pagine, queste avrebbero riacquistato una consistenza reale.

E così fu. La piccola mangiava e dormiva nella casa dei suoi, ma trascorreva tutto il giorno tra volumi ed enciclopedie. Non andò mai a scuola, perché la madre era convinta che in quell’oceano di sapere avrebbe imparato molto più che in una piccola aula.

A tre anni cominciò a collegare i vari segni delle lettere che le apparivano simili nella forma, e iniziò a catalogarle con un significato che sapeva solo lei. Le lettere divennero frasi, e le frasi discorsi, e i discorsi libri. Solo lei ne conosceva il senso.

In quello stesso periodo la madre le insegnò a codificare le parole come fanno le maestre con i loro alunni, e la ragazzina si rese conto di saper leggere in due modi: quello della sua fantasia e quello di tutti gli altri uomini della terra.

Col tempo Eleonora, oltre ad aver imparato le cose del mondo, si era costruita un archivio delle emozioni che nessuno poteva decifrare. Ma poi cos’era realmente vero? Quello che vi era scritto o quello che lei leggeva?

Era come se avesse viaggiato per anni interi, e tragedie, commedie, saggi filosofici la invasero fino a farla divenire libro.

A vent’anni decise di affrontare il mondo di fuori. L’unico problema fu quello di farsi conoscere. Ogni persona che incontrava leggeva sulla sua fronte, su un braccio, su un ginocchio una frase diversa.

Erano le poesie di Baudelaire, i racconti di Hemingway, i romanzi di Dostoesvskij, ma anche il libro che si era scritta addosso, pieno di capitoli sempre nuovi. Eleonora non diceva nulla, ma comunicava, a chiunque la incontrasse, odori, sensazioni, tramonti, amori, guerre... un intero mondo che le si era cucito addosso, ma non pienamente suo.

Girava per le strade apparentemente invisibile, eppure parlava a tutti con grande intensità. Un giorno un ragazzo la  incontrò, e disse di aver letto, osservando i suoi capelli, la frase: Se continui a leggermi sarò viva.

Da allora non si sa più che fine abbia fatto. Forse quel libro ambulante, leggero come il vento,  adesso è in viaggio verso le tue mani, e ancora non lo sai.

(primavera 2000 - San Pietroburgo ancora irriconoscibile, irriconosciuta)

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