giovedì, 31 gennaio 2008

Quando ti trovi esattamente dove vorresti essere, nel punto in cui si condensano i petali e i ricordi e il sangue e le epoche, non c'è più un altrove da desiderare, l'altrove è qui. E ti volti, muovi la testa per vedere quello che hai intorno e convincerti che ci sei. E' un concentrato di tutto a cui non puoi sfuggire, perché questo è l'obiettivo in cui abiti, il traguardo e il punto di partenza. Non è uno stato di ascesi, né la pace dei sensi, né la perfezione buddista dove non esistono le passioni.
E' uno stato di responsabilità, un perdersi e ritrovarsi nel giro di secondi millimetrici, un'imposizione delle mani, le tue, che è come una benedizione, una rassicurazione, una salvezza di caffè e architetture che hai sempre sognato. E' l'atmosfera per eccellenza che ti chiede felicità, forza, sensualità, sorriso.
Quando ti trovi esattamente dove vorresti essere, sei finito, e un altro viaggio si decide, da qui fino a qui, senza più fughe e alternative. Qui e adesso sono le uniche coordinate. A partire da qui per arrivare a qui, c'è un nuovo viaggio dell'anima ormai purgata dai voli e dalle borse da disfare e rifare – ci sarà ancora il tempo -, dove gli abissi e le vette e il vuoto in mezzo - l'angoscia - hanno un carattere diverso da prima. Segui i movimenti delle braccia, delle gambe, e l'anima cammina e si ferma con loro.
Sei finalmente libera/o.

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venerdì, 30 novembre 2007
Mi sveglio. Qualcosa si muove sul viso. Una trasparenza intrecciata. Mi guardo allo specchio. Cambio espressione in un batter d'occhio, ma quello che è sullo sfondo, il pre-viso, non cambia. Solo un velo sottile che si sposta lasciando visibile il calco di me. E leggo la frase di lui: Verbalizzare la sofferenza è come fotografare l'agonia delle stelle.
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mercoledì, 18 aprile 2007

Ieri mio padre mi ha detto al telefono, ironico: “Niente da fare, carte su carte, sepolte da trent’anni. Niente di mio, niente di suo, solo tue, tue tue. Di tutto. Foglietti strappati, piccole pietre e fazzoletti ricoperti di parole, quadernini. Ma cosa facevi quando eri piccola? Parlavi? O scrivevi soltanto?”

 

Tycho (maggio 2003)

  

Scrivevo da piccola

linee spezzate sulle gambe

a formare figure geometriche mai viste

lettere deformi che solo io conoscevo

Dall’alto delle cosce fino alla punta dei piedi

mi attorcigliavo sul mio piccolo corpo

e la pelle delle braccia e delle dita

si accoccolava sul resto della pelle

come quando fai ginnastica

e tenti di far coincidere il torace con le ginocchia

Come quando sei nell’utero materno

e non sai che quella felice posizione

sarà la tua condanna perenne

 

E il tramite era la penna

il cordone ombelicale che collegava gli arti del corpo

piccola punta affilata che affondava nella pelle

come un coltello

 

nei film vedevo gli aspiranti suicidi

tagliarsi le vene

io mi ferivo

inventandomi storie

sempre più lunghe

sempre più dolorose

perché la pelle sanguinasse

della mia fantasia e non della stupida realtà

 

scrivere

era voglia di rendere immortali

le piccole parole segrete di tre anni di vita

- brandelli accartocciati, figure oscene, mostri contorti -

era voglia di morire in esse

e non avere più confini

di pelle e alfabeti e significati

 

Non facevo mai in tempo

a far uscire il sangue

Mamma chiamava dall’altra stanza

e io restavo di schiena

per nascondermi

lei urlava contro quelle linee

e mi toglieva dalle mani

il mio strumento potente

 

Così restavo

in piedi accanto alla vasca da bagno

mentre il sapone purificatore di mia madre

lasciava intatti gli inizi delle ferite

 

favole non ancora abbastanza profonde

per espellere un rigurgito necessario e violento

 

Lei le lavava col sapone

ma i segni non venivano via prima di qualche giorno

 

Mamma, perché non mi hai lasciato fare?

Non erano, quelli, segni di gioco

ma tracce di un’esplosione

che tu appassivi

in nome della salute e della virtù

 

Eppure di notte

quegli inizi di ferite e racconti

non si accontentavano del buio

E continuavo a sentire

un ticchiettìo della penna

su tutto il corpo

un prurito intollerabile

 

fino a quando il giorno dopo

ricominciavo daccapo

Ma erano solo inizi e non

piccoli libri compiuti

 

e l’arma con cui scrivevo

non era così veloce

da terminare il suo dovere

prima delle urla di una madre troppo attenta

 

Adesso sono qui

davanti a questo mio corpo quasi bianco

dentro questo corpo quasi bianco

che reclama la stessa posizione di allora

 

il bianco è una pagina vuota

mi urla di riempirlo di liquidi intersecati

la pelle sotto il bianco chiede ancora

una punta di penna decisa

 

stavolta davvero

una storia

tante storie

che gridino lo stesso dolore

la stessa desquamazione

 

la stessa immaginazione

 

chiusa in sé stessa come un herpes

in lenta ebollizione

 

Le macchie delle braccia

adesso coincidono

con quelle delle gambe

e la penna si avvicina ai contorni

come i polpastrelli di Simone a settembre

 

La storia – lo so –

nascerà dal mio scrivere su queste macchie

ferite senza sangue

macerie mute trattenute

 

la storia

nascerà da questo bianco

e mamma

- no -

non farà più in tempo

a fermarla

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categoria:04 scritti sulla schiena
domenica, 25 marzo 2007

Continua la lotta degli studenti della facoltà di Sociologia di Mosca, malgrado le continue provocazioni, anche violente, da parte dell’amministrazione.

Alcuni famosi sociologi russi, tra cui Vladimir Yadov et Tatiana Zaslavskaya, hanno espresso la loro solidarietà e il loro appoggio, così come alcune istituzioni internazionali, tra cui l’American Sociological Association, che ha lanciato un appello in favore degli studenti.

La stampa internazionale nell’ultima settimana si è mossa: i corrispondenti di Le Monde, Le Figaro, U.S. Week e New York Times hanno intervistato gli studenti russi, e dato voce alle loro rivendicazioni. 

 

Sì, ma.

 

Ma in questi giorni proseguono gli atti repressivi da parte dell’amministrazione: alcuni studenti, riuniti con insegnanti di altre facoltà, sono stati arrestati dalla polizia per un’ora e mezza. Nessuna accusa formale, nessun verbale. Solo il “consiglio” di interrompere le proteste. E poi aggressioni verbali e provocazioni fisiche da parte di chi, tra le mura dell'università, non vuole compromettersi.

Ciliegina sulla torta: il 19 marzo, il preside ha invitato i professori della facoltà a prendere le distanze dagli studenti, che considera dei “ribelli estremisti che minacciano l’ordine pubblico”. Questa accusa comincia ad essere alimentata dai media conservatori, e vi è il rischio che gli studenti siano controllati dall’FSB in quanto “soggetti pericolosi”.

Gli studenti continuano ad organizzare varie iniziative, ma la loro posizione è fragile ed è necessario un sostegno compatto dall’esterno.

Per aiutarli a distanza, lo ripeto ancora, si può firmare la petizione che si trova su Internet a questo indirizzo:

www.od-group.org/page.php?page=sign

  

Aggiornamenti: Sull'ultimo numero del giornale La Tribuna, a pagina 8, trovate questo articolo.

Il Manifesto del 27 marzo ha pubblicato una sintesi di quanto ho scritto finora sul blog

Nel sito degli studenti aumentano le firme di italiane e italiani. Grazie - спасибо - da Mosca.

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giovedì, 22 febbraio 2007

RI-CORDA-RE

Tre milioni di rose

(24 marzo 2002 - The day after) 

 

hai presente quella scena di Film rosso in cui il profilo della modella si staglia contro un immenso lenzuolo rosso per la pubblicità di un chewing-gum?

ecco, la giornata di ieri comincia così: è come se qualcuno mi avesse sovrapposto a quell’immagine, e il mio profilo avesse coperto quello di lei per un intero giorno, e il lenzuolo si fosse trasformato in bandiera. e dire che il rosso non mi sta bene addosso, mi sbatte: ma ieri è un giorno speciale, ieri è un rosso speciale, non quello del sangue, ma del colorito che prende la pelle quando ci si innamora lievemente o si è preso sole, quel po’ che non abbronza ma brucia appena le labbra

Tu sì, tu no

ma ci sei tu e ci sono io, ieri 

l'articolo 18 non ci sto 

sto invece con te a Piazza della Repubblica, stordita dalla folla silenziosa, un brusio ventoso più tenue e aggraziato della tramontana, e si parte verso un’onda altissima che s-travolge le orecchie e lo stomaco e le mani in alto - per non arrendersi

 

Libertà di privatizzare

Libertà di licenziare

Libertà di…

La casa delle libertà

 

un professore tiene appesa al collo la sua libertà precaria

 

Berlusca, se tocchi l’articolo 18 succede un ’48

 

ma non succede un ’48 se mi tocchi tu e mi abbracci la schiena, solo arriva quella malinconia interrogativa costante

 

Per un’Italia pulita, togli l’unto

 

il Mare Massimo è un Circo Rosso che non si divide in due, ma non ci sono clown, qui, e qualcuno urla che Lia è stata licenziata e riassunta l’altro ieri, grazie alle proteste

 

stesi sul prato a decifrare parole arrivate da tutta Italia, che si agitano di una tranquillità decisa sugli striscioni

 

un palloncino dell’Arcigay rotola sull’erba e lungo i fianchi. Un uomo - cristo di sofferta allegria - è allagato dalle carezze assolate non trattenute del compagno

 

Cofferati, siamo la tua scorta

 

la bambina di colore ha i codini e mugola di contrarietà, stretta al velo della madre

 

e so che io non ce l’ho, la scorta, e mi chiedo perché non ne ho chiesta una, quando ero braccata da un uomo che voleva ammazzarmi

 

Lavoro, diritti, solidarietà, il terrorismo non passerà

 

e non voglio che passi questo giorno questo sole questo vento questa serenità disinvolta - volta verso di te verso gli uomini e le donne che sperano in un volo dell’anima al di sopra dei contratti a tempo indeterminato e dei licenziamenti

 

Bomba o non bomba arriveremo a Roma malgrado voi

 

un gruppo di cinesi con bandiere rosse si fa largo tra di noi

 

Ma chi so’ questi?

E saranno figli del cinese, no?

 

Come si dice stronzo in cinese?, chiede la moglie del professore

 

Padre e figlio - uniti nella lotta

 

un signore sulla cinquantina vede una rosa caduta da un cielo di Chagall e me la porge con un gesto d’altri tempi: ‘Non è bellissima, però…’. la prendo e da quel momento diventa la mia bandiera, mentre la stoffa della bandiera del figlio si appoggia sulla testa come a benedirmi, e poi la bandiera mi spettina si appoggia sulla spalla. di sicuro una grazia superiore a quando ho lo spirito santo – non compianto - è sceso su di me

 

Ci pisciano addosso e ci dicono che piove

 

ti ricordi? ti ricordi gli anni della prigionia in casa, quando volevo scendere in piazza con i disoccupati ma non ci si riusciva - ognuno era paralizzato dal proprio orticello di psicodrammi e che colpa potevi dare, a un sonno annichilito e un sogno marcito in un angolo di carne sudata?

 

Se Berlusconi fosse papa, sarebbe pio tutto

 

pio pio, t’amo pio bove, ma allora sia il pulcino che il bue sono pii, o è solo letteratura? c’è qualcosa che non quadra, troppe cose non quadrano. voglio una certezza, una sola, che non sia firmata RAS da quel bel tipo di Sean Connery, e neanche dalla premiata ditta berlusca

 

Berlusconi, tocca un diritto e ti arriva un rovescio

 

e penso a quelli intervistati da Sciuscià che oggi non sono qui, ricattabili e flessibili, talmente tanto elastici che sono diventati acrobati in volo verso un altro posto che non è Roma

 

gli accenti di tutta Italia si confondono, è come un esperanto spontaneo che chiede giustizia, ma ci vuole coraggio per ascoltare un grido che racchiude in un alfabeto fantasioso così tante voci, e lui non ne ha

 

Berlusconi-Wanna Marchi, uniti nella lotta

 

vendimi pure, ma solo un pezzo e a prezzo modico, che poi quello che resta deve mantenere famiglia e mandare i figli all’università, anche a dio non piacendo

 

Nessun diritto si rivendica col sangue

 

e voi, uomini che mi sorridete, a ritorno, nella strada in cui si fa strada una dolce stanchezza, a Via dei Fori Imperiali, gustate il diritto di guardarmi e sorridermi, lasciando ad altri il non-diritto di fare i marpioni di bassa lega. un sorriso che dice se ci mettiamo a parlare non ci provo con te, voglio solo farti sentire quanto sono contento di essere qui oggi, dirlo anche a te, ragazza, ché il lavoro è duro quando c’è o c’è a metà  e – secondo la legge di andreottiana memoria - logora chi non ce l’ha

 

e se mi palpa il culo una mano minacciosa di sangue e terrorismo? in tal caso dovranno ricoverarmi, perdio, forse è meglio che chiami già un’ambulanza, anche se non sono le mani di oggi a terrorizzarmi - sembrano quelle disegnate da Escher – piuttosto quella che fa le corna verso l’obiettivo della macchina fotografica e del marketing politico di successo

 

Se lo conosci lo previti

 

già un ricordo, mentre a Piazza Venezia gli scudi rassicurati e fiacchi dei poliziotti si aprono a ventaglio per farci passare

 

un ricordo di quelli che capitano poche volte nella vita

 

prima che il cinese parlasse ho guardato lui, Massimo, che guardava la folla, e si è commosso. mai lacrima fu più ferma e certa e antiretorica e solidale di questa, penso

 

non devo dimenticarlo mai

 

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è mezzanotte e come cenerentola lascio dietro di me una scarpa piena di terra. Il profilo si stacca dal rosso della bandiera. Il profilo non è più profilo e il volto si gira pieno verso di te. domani si dorme, e ora comincio a sognare, ché oggi un sogno non è stato, ma tepore soffuso sconfuso di verde

 

buon viaggio, compagni, ovunque voi siate adesso, ché adesso è un tornare più leggero

 

anche nel metallo feroce di termini

 

anche se domani non è un altro giorno

ma un'altra pena che resiste

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venerdì, 16 febbraio 2007

Sempre, succedeva. Sempre. Che quando mangiavo qualcosa, fosse pasta o carne, dolce o salato, lasciavo puntualmente un boccone nel semicerchio destro del piatto. Tutti i pezzetti avanzati, la paura di finire, di compiere, si sono conservati in un secchio puzzolente. Allora, allora avrei dovuto mangiarli, adesso è tutto un magma informe di marcio inconsumato, di germi, vermi e batteri. I pezzetti lasciati nel piatto sono stati la mia rovina, l'inizio della decomposizione. Ora mi attaccano all'improvviso, di notte, o in un mattino grigio d'inverno. Chiedono un riscatto. Mi coprono di richieste verdognole e asfissianti che non posso soddisfare. Io so che sono lì, ad aspettarmi, e prima o poi mi acciufferanno definitivamente. Io sarò il loro cadavere da mangiare, la prelibatezza andata a male da risucchiare

 

(maggio '99)

 

Storia bambina: Fermacapelli  (Granada, 30/4/1995)

 

Philippe e Jeanne a nove anni correvano verso il campo di grano, che a poco a poco si trasformava in un anello dorato che li conteneva entrambi, come un’aureola di luce accecante.

Dopo la scuola prendevano le biciclette e le appoggiavano attaccate l’una all’altra al muro di una grande casa rosso mattone. Le biciclette salivano da sole verso una finestra da dove fuoriusciva un profumo inebriante, un’edera che avvolgeva i manubri e le ruote e i pedali, e le biciclette erano la salda struttura di Philippe e Jeanne che si lasciava andare ad un percorso distratto e abbandonato al caso.

In quello stesso istante Philippe e Jeanne razzolavano per terra, e mentre sentivano la consistenza della terra capivano che era giunto il momento di guardare il cielo, e il cielo era un altro pavimento, solo un po’ più alto.

Philippe tirava i capelli di Jeanne e rideva, e i capelli non finivano mai, corda sottile e dolce a cui appigliarsi. Erano la strada che portava al mare, un sentiero non battuto dalle mille sorprese di cui non aver paura, la fune solida da cui si snodavano le acrobazie più ardite, il punto di equilibrio intorno a cui ruotavano le incertezze, la solitudine, gli sbagli. Una volta Philippe aveva pensato che sarebbe stato davvero felice solo se avesse potuto tenere strette per sempre le mani a quei fili che si rigeneravano sotto i suoi occhi, di volta in volta. Non aveva capito che così le faceva male.

Lei urlava in modo composto ma deciso ‘Piantala!’, e lui smetteva di aggrapparsi. La scena si ripeteva tutti i giorni, e Philippe sperava che il giorno dopo l’urlo di Jeanne non arrivasse più, ma si sbagliava.

Dopo l’urlo quotidiano di Jeanne, Philippe proponeva di cominciare a giocare. ‘Facciamo che io sono il capo di una missione mondiale e tu sei la mia assistente. Oggi dobbiamo salvare il mondo dai mostri che distruggono la foresta’. Lei era la sua fedele subordinata, accompagnata da un esercito di folletti e gnomi. Lui la istruiva su come aggirare gli ostacoli, orientarsi nei boschi e combattere i nemici che sbucavano dai rami. Philippe sapeva i nomi di tutte le piante e degli alberi, e ogni giorno interrogava Jeanne e le chiedeva di ripetere i vari tipi di conformazione delle nuvole. Sotto il grande albero dove si fermavano a riposare lui le parlava di motori, forza di gravità e numeri, e i numeri diventavano musica nella pelle di Jeanne. Philippe spiegava a Jeanne di cos’era fatto il mondo, e Jeanne gli suggeriva nuove parole per guardarlo in modo diverso.

Poi, quando faceva buio, Philippe le indicava i percorsi delle stelle, e Jeanne si inventava un nome per ogni stella. Diceva che in questo modo avrebbero avuto le loro stelle personali, e che non avrebbero mai potuto perderle di vista.

‘Tu non dovrai mai tagliarti i capelli’, ordinò Philippe a Jeanne, un pomeriggio di maggio.

‘E invece sì. Mi taglierò i capelli e andrò via di qui.’

‘Non puoi. Io e te ci dobbiamo sposare.’

‘Io non mi sposerò mai, viaggerò il mondo e il mondo sopra il mondo.’

Philippe rimase in silenzio. Non poteva credere alle sue orecchie. Un frastuono muto lo accompagnò da quel momento per tutti i pomeriggi che seguirono. Giocare con Jeanne non era più la stessa cosa: sapeva che prima o poi sarebbe partita, e il solo pensiero bastava ad annichilirlo. Come poteva essere vero? Erano così amici, loro due! Al di fuori degli strani abitanti del bosco nessuno li disturbava, niente li turbava. C’erano solo i capelli di Jeanne e le mani di lui che li stringevano forte. Cercava di allontanare il pensiero come per allontanare la sua partenza, ma non trovava pace. Non era più un bravo capo, a un certo punto pensò di aver dimenticato tutte le cose che aveva insegnato a Jeanne e di non avere più nulla da raccontarle.

Allora Jeanne, che aveva capito la sua tristezza, gli disse: ‘Facciamo un patto, Philippe. Dal giorno dopo che me ne sarò andata, al momento del tramonto, l’istante prima che il sole scompaia, ci penseremo. In qualunque posto staremo ci sentiremo vicini. Tu avrai una moglie e tanti figli, io sarò una vagabonda piena di uomini, ma nulla, nulla potrà separarci. Sarà il nostro segreto.’

Philippe cominciò a piangere, ma subito si coprì gli occhi per non farsi vedere da Jeanne.

‘A me sembra una stupidaggine. Potremmo star vicini tutto il tempo, star bene e divertirci, essere felici, giocare come abbiamo fatto finora.’

‘Non capisci, Philippe. E’ scritto nella stella PJ’. PJ era la stella composta dalle loro iniziali che Jeanne aveva battezzato una delle tante sere della loro amicizia.

Philippe non capiva le parole di Jeanne, ma si rimetteva ad esse come fossero la cosa più naturale del mondo, come il cibo che mangiava e di cui aveva bisogno senza riflettere. Un teorema inconfutabile. Nel frattempo, continuava a tirarle i capelli, e man mano che i giorni passavano questo gesto voleva dire: ‘Resta con me’.

Sei mesi dopo i genitori di Jeanne partirono, e con loro Jeanne, che diede il suo addio a Philippe senza avvisare, semplicemente non presentandosi all’appuntamento.

Da allora non passò giorno in cui entrambi non pensassero l’uno all’altro. Il prima e il dopo non esistevano più, contava solo quel puntino verdearancio che stava per scomparire all’orizzonte. Solo un istante, ma bastava quello a riempire tutti i giorni e tutte le notti. Del resto era scritto nella stella PJ.

Philippe divenne un affascinante scienziato, famoso e stimato in tutto il mondo, si sposò con un’insegnante, fece quattro figli maschi e una femmina che chiamò Jeanne.

Jeanne, dal canto suo, si tagliò i capelli come aveva detto, ebbe varie relazioni tormentate e appassionate, fece mille lavori diversi, dipinse quadri che la gente amò e comprò, ma non si fermò mai in un posto solo e in un uomo solo. Era un po’ come Mary Poppins: arrivava come un’apparizione, rivoluzionava la vita di qualcuno, lasciava scorgere orizzonti di possibile gioia e poi spariva, lasciando ad ognuno un poema indimenticabile firmato ‘PJ’.

Philippe e Jeanne non si rividero più, ma il pensiero delle corse nel campo di grano li accompagnava sempre, e guidava le loro azioni e i loro corpi.

Philippe seppe della morte di Jeanne un giorno di luglio, quando lesse sul giornale: ‘Ieri mattina, nella casa di Baux-de-Provence di proprietà di una conoscente, si è spenta la pittrice Jeanne Calignon. A causare la morte è stato un incendio improvviso, che le ha bruciato completamente i capelli e la testa.’ Com’è possibile? I capelli di Jeanne bruciati? Bruciati prima del suo cervello, delle mani, delle gambe?’. Il mondo crollò, la fune si allentò, e Philippe cadde in un posto che non era la terra, ma un vuoto senza fine.

Philippe non pianse, ma da allora seppe di aver perso per sempre tutto quello che aveva costruito fino a quel momento. Non sentiva più i capelli di Jeanne tra le mani. Non riusciva più a guardare la stella PJ. Era stata una cattiva stella. Un maleficio. Si ricordò in un lampo di lucidità che Jeanne l’aveva chiamata così proprio il giorno in cui accennò per la prima volta alla sua partenza.

Non era giusto. Non era giusto che se ne fosse andata via senza salutare, come sessant’anni prima. La moglie di Philippe, pur non essendo a conoscenza di nulla, si accorse del grande dolore che provava il marito, e lo invitò a fare un viaggio perché potesse ritrovare un po’ di serenità. Partì quasi subito.

Decise di tornare nel campo di grano tanto amato, con l’illusione di rivedere Jeanne anche solo per un attimo.

Attraversò con passo stanco quella terra che ora tremava sotto i suoi piedi, e lentamente raggiunse il loro albero preferito, quello dove lui giocava a fare il capo e lei lo seguiva obbediente, l’albero che custodiva il loro riposo e i segreti della missione. Si sedette ai piedi delle radici, e dall’ampiezza dell’ombra si rese conto di quanto l’albero si fosse allargato.

Gli sembrò di vedere da lontano due biciclette arrugginite, due scheletri senza respiro. Sudò freddo. All’improvviso sentì qualcosa di appuntito scontrarsi sulla coscia. Sembrava un piccolo scrigno, di quelli usati dalle signore per tenere i gioielli. Era pieno di polvere, consumato dal tempo, eppure Philippe ne rimase colpito. Ci sarà qualcosa dentro?, pensò fremente di ciliegie fresche. Sporcandosi le mani lo aprì, con una curiosità bambina. La vista era affaticata, e non riusciva bene a distinguere l’interno del piccolo tesoro. Con le dita sfiorò un foglio di carta piegato in quattro. Che roba è?, si chiese Philippe con il cuore che gli batteva forte. Si raccolse in silenzio come nel momento più solenne di una cerimonia, come presagendo che in quel foglietto vi fosse qualcosa di importante, che l’avrebbe segnato per sempre. Esitò ancora un minuto, poi aprì anche il foglio. Dentro trovò una ciocca di capelli lunghi e alcune righe, la grafia quasi illeggibile e l’inchiostro deteriorato dal tempo, in cui era scritto: ‘Questi capelli sono per te. Potrai stringerli e tirarli quanto vuoi, fino alla fine del mondo che abbiamo salvato. Se non mi avessi fatto così male, sarei rimasta. La tua fedele Jeanne.’

Philippe, il grande scienziato celebre in tutti i continenti, non aveva capito fino ad allora che tutta la sua vita era dipesa solo da una questione di stretta. Un po’ più piano, capo, e Jeanne non se ne sarebbe mai andata.

Guardò in alto. Il sole stava tramontando. La stella PJ non c’era più. Gli parve di vederla brillare per un solo secondo, il tempo di capire e morire sotto l’albero dove Jeanne l’avrebbe aspettato il giorno dopo, nel pavimento un po’ più in alto della terra.

Lì, giurò a sé stesso, non le avrebbe più tirato i capelli. Li avrebbe avvolti con una carezza libera, ed entrambi si sarebbero amati in un orizzonte immenso, dove il tempo e lo spazio sono solo capelli che volano.

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martedì, 13 febbraio 2007

Era nella testa

Dove

Era prima del feto

L’immagine-genitore

Il mito da cui nasce

Il mito greco – e latino –

Dove fermenta il non-uomo / la non-donna

Uguale a un dipinto

A una statua

La madre-persona nello scoppio del concepimento

Frena il ritratto nella stanza e

Si oppone al coito umano

In perpendicolare

Ne vien fuori un rimedio

Ai rischi e alla mala educazione

Il ritratto

Sputato marginalizzato

Di un’immagine

Una copia albeggiante

Che si muove

Ferma

Che non troverà sguardo né secondi tempi

Fino a quando non capiterà davanti a lui

Di fronte al ritratto ladro di vita

Padre/madre in segni - affrancati

Che restituisce sensi