giovedì, 01 febbraio 2007

A volte dimentico alcune delle cose che ho fatto, i lavori scolpiti, i progetti realizzati. Per troppi anni ho pensato che l’iperattività fosse segno di buona salute. Mi aggrappavo ad ogni iniziativa nascente, brillante promessa di riempimento, con la sete di fare, strafare, farmi fare dalle cose. So perché è successo. Quando avevo diciassette anni, dopo un periodo di grandi sforzi,  ho sofferto di esaurimento nervoso, e per due mesi non sono uscita di casa. Quasi mai. Classici i sintomi: ansia, paura di muovermi tra le persone, insonnia, panico diffuso. Ricordo quei giorni come una tregua, che il corpo chiedeva severo e che il resto di me si rifiutava di capire. Per la prima volta nella mia vita mi sono rilassata. Ma dopo ho fatto fatica a perdonare quel tempo che mi sembrava perduto. Dovevo riempire ogni ora, ogni minuto, ogni minimo segnale  di vuoto con l’azione. Per anni ho svolto attività di volontariato, ho fatto quattro lavori contemporaneamente, sono uscita tutte le sere per giustificare il mio ritorno a casa. Non dico di non aver vissuto in sincerità. Ma ho capito quanto l’accumularsi di gesti cominciati in buona fede e divenuti ormai automatici  mi stesse portando al di fuori di quello che ero, che pensavo, che volevo.

Dopo essermi licenziata, il 19 dicembre 2003, mi sono trovata improvvisamente a dover ri-usare il tempo da sola, senza regole. Ed è in quel punto sospeso che mi sono abbandonata a me stessa. Ho cercato di abbracciare il vortice immaginario delle lancette e fermarlo, stringerlo a me, prima che lui arrivasse a sovrastarmi. Sono riuscita, almeno in parte, a guardare me prima che l’orologio. A camminare a lungo senza obiettivi, senza un motivo necessario. E' stato l'inizio di un lungo pellegrinaggio, scritto e pestato con i piedi, di cui finalmente ho colto lo spessore, e l'odore.

E così mi succede di dimenticare le esperienze passate, e di raccoglierle per caso, per strada, con una busta della spesa. Le trovo sparse lì, in angoli e rettilinei, le guardo e mi chiedo se mi appartengano. Le riguardo, devo ri-sentire, ri-provare, ri-vedere il film, il montaggio, lo snodarsi delle singole scene accartocciate. E quando vedo bene mi stupisco. Per esempio, dimentico di aver lavorato in Rai per un anno. Ho scritto per il magazine Railibro. In quel periodo arrivavo a leggere anche un libro al giorno, e a sfogliarne altri cinque. Sono sempre stata veloce nella lettura, troppo. Mi perdevo nei segni degli altri e trascuravo i miei. Ultimamente mi capita di rileggere alcuni articoli. Come questo, la recensione a Nel condominio di carne, di Valerio Magrelli, in cui i processi fisici determinano terremoti emotivi. L’ho incontrato un paio di volte, Magrelli, e due volte mi ha ringraziata per come avevo raccontato i frammenti cantanti del corpo.

E’ il primo di una serie che vorrei riproporre, prima di tutto a me stessa. Assorbire lentamente l’eccesso, ché il corpo non è spazioso come pensavo.

 

Apri gli occhi e guarda, sembrano dire le righe di questo libro non catalogabile nel panorama letterario odierno. Guarda il nugolo di odori, brusìi, batteri e parassiti che si agitano in questo formicaio-alveare che è il corpo.

Valerio Magrelli, uno dei nostri poeti più acuti e attenti alla brutalità dell’oggi, per la prima volta scivola con attenta disinvoltura dalla poesia alla prosa, restituendo un piccolo trattato autobiografico di incidenti, operazioni chirurgiche e visite mediche, tracciando nuove mappe della macchina fisica che sostiene il pensiero ma non lo incontra mai, in un mistero indivisibile e fatale.
Sembra quasi che il suo ultimo, raffinato saggio “Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry”, pubblicato da Einaudi nel 2002, in cui scrive di specchi, lastre, scheletri e fotografie, lo abbia spinto naturalmente a spostare lo sguardo dall’autore francese su sé stesso, sui propri organi interni aggrediti da agenti patologici.

La malattia parla, la malattia scuote. La malattia crea un rimbombo, un contraccolpo, un’intuizione. Suscita indizi su stati di coscienza inaspettati, fuorvianti, spaventosi, rivelatori di un corpo “altro” che si fa spirito. E non è più il corpo a servire l’anima, ma il contrario.

“Il mio passato è una malattia contratta nell’infanzia. Perciò ho deciso di capire come”: un incipit asciutto e senza compassione.

Ed ecco la memoria, l’infanzia, il viaggio. Brevi capitoli, frammenti, trattini di linea vertebrale, di ascelle, di piedi. Ogni episodio – la rottura di un braccio, la visita oculistica, un’operazione al ginocchio - si lega ad uno spazio-tempo definito che poi trascende sé stesso e diventa puro sentire. Un brulicare di alterazioni anatomico-psichiche.

La parte del corpo dolorante incontra la coscienza, che crea immagini fantastiche di una “macchina mitologica” in un’Indianapolis turbolenta, accostata o comparata a figure della storia, a luoghi geografici, persino alla pubblicità.

Così il cerume nelle orecchie diventa “giacimento letale, da torbiera incantata o dado Knorr”, la pelle che brucia al sole è una “maschera mortuaria” che si stacca dal resto del viso, e le mani incandescenti si trasformano in “magiche forcelle di un rabdomante”. La calendula che fa male allo scroto è una “simbolica elefantiasi, ma corazzata, totemica, con una pelle purpurea in cuoio istoriato”. E le conseguenze agli occhi, dovute ad un’eccessiva assunzione di acqua per combattere i calcoli renali, portano l’autore ad immaginare un “Nilo dello sguardo”.

Magrelli riesce ad inventare un lessico patologico-poetico, in cui i termini medici si mescolano felicemente con la magia dell’invenzione.

La prosa anatomica, scientifica, ospedaliera, è deformata dalla sua stessa azione di sterminio e distruzione, e si compie nella nascita di un nuovo senso, l’ascolto di un magma che si espande continuo, un poema vivente dell’organismo.

D’incanto – e qui è l’abilità dell’autore - , il corpo non è più solo radiografia della coscienza, ma si fa verbo poetico, parola che denuncia, spiazza, amplifica, in un gioco di contrasti, sovrapposizioni e ossimori intriganti. I vari organi del corpo sono segni dell’io frammentato, diviso, e acquistano una verità visionaria nel loro non spiegarsi.

L’indirizzo di uno studio medico – Via Panama – suggerisce che la gamba coincide con il Messico e la Colombia, mentre il canale di Panama è lì, nel mezzo, “lo snodo da curare”. Le tonsille sono “punte di frecce, reperti del cenozoico”, mentre l’”effetto Doppler”, con i suoi movimenti a scatti, “è lo stesso dell’orgasmo”. Gli escrementi che inavvertitamente scendono sulla gamba vestita dai pantaloni corti sono “una lacrima nera senza lutto”. Le narici del naso diventano una “caverna”, e il corpo “un’immensa Barbagia”. Le radiografie sono “la sua Pompei”, “la felicità della piorrea” è “il sipario levato”.

Il turistico cimitero Père Lachaise a Parigi, il Gran Sasso dove Mussolini fu prigioniero, la germanica Brema, il Cyclorama di Atlanta in cui il pubblico diventa la scena di un film, il Biodôme di Toronto dov’è riprodotto “il modello della terra stessa” – “l’Eden replicato” - , i reliquiari che conservano la lingua di San’Antonio da Padova, i riferimenti anatomico-letterari a Giacometti, Picasso e James Ensor che dipinge scheletri, rappresentano un sistema cosmogonico dell’identità corporea nel suo violento processo di agnizione.

E non mancano le altre macchine che l’autore ha sempre sapientemente smascherato nella sua poetica: il televisore e il computer. Qui non vi è più solo lo sguardo verso la macchina, ma la macchina stessa diventa sguardo che scopre l’io narrante, modificandone la percezione: “Il corpo vale proprio per questa sua temporanea capacità di eseguire l’individuo. Solo per poco. Mentre la voce, l’anima, è il software che lo accende”. Il corpo, come il computer, è soggetto ad inceppamenti, guasti, singhiozzi. Ed entrambi, agli occhi dell’autore, appaiono inaffidabili, vulnerabili, sfuggenti.

Per tentare di afferrare queste cartilagini ondivaghe, il corpo allora si fa segno, poi parola, poi insieme di parole. E’ la scrittura a dare una consistenza di realtà all’infinito ed effimero nido di infezioni e anomalie, e a dare una risposta alla domanda iniziale dell’autore: il suo passato, la malattia contratta da piccolo, viene registrata in un bio-tracciato di finissime sensazioni, e trova finalmente il suo posto, per un attimo. Ma non è che l’inizio di una ricerca, di una consapevolezza che d’ora in poi non lo abbandonerà mai.

Dopo aver letto questo libro, lucido e spietato, è bello lasciarsi cullare dalla macchina misteriosa/vascello fantasma che appare nelle prime pagine: la radio dell’automobile vuota, per strada, continua a suonare misteriosamente, e Magrelli non riesce a zittire il suo urlo neanche dopo aver tagliato cavi e antenna. L’urlo, pur senza collegamenti razionali, continua ad echeggiare nella notte. Impossibile sfuggire alla sua eco. L’anima chiama e non resta che raccoglierla, in un corpo che ha qualcosa da dire, pur nel disgusto della sua visione attraverso due specchi: “sbieco, stempiato, sghembo, l’io mi guarda”.

Francesca di Mattia

postato da: Barhatnaya alle ore 21:35 | Permalink | commenti
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